Benito Bucciantini – un mito di Quarrata

Benito Bucciantini – un mito di Quarrata

di Massimo Cappelli

marzo 2018

Provate ad immaginare di trovarvi a Quarrata nel 1979 o giù di lì, in una sera qualunque della settimana al cinema a Moderno, quasi vuoto, e al buio. Proiettano un film horror e vi trovate proprio in mezzo ad una scena dove il protagonista sta scendendo in cantina braccato da un fantasma. La scena si svolge al buio e nel silenzio totale, in sottofondo, c’è solo una musica stridente e il rumore delle scale in legno che cigolano ad ogni scalino. Ora, in primo piano, in campo stretto si vede solo la faccia del ragazzo con l’espressione impaurita. Via via che la scena si allarga, compare dietro di lui una figura cadaverica e sinistra e… in quel preciso momento… zaac, una mano potente con una morsa fortissima vi agguanta per una spalla. Credo che buttare un urlo e alzarsi di scatto sia il minimo! E invece del fantasma chi è? Proprio lui, Benito! Che esclama: «Viiia nnnceceemo, nfaaaalla, nfaaalla fiiiiniiita».

Benito Bucciantini a causa della poliomielite contratta da piccolissimo, era rimasto totalmente paralizzato agli arti inferiori. Però, con un’apposita carrozzina a tre ruote che lui azionava girando una manovella, riusciva ad essere relativamente autonomo, soprattutto per i suoi spostamenti. Quando, per esempio, aveva voglia di andare a vedersi un film (in genere preferiva le pellicole piccanti) lasciava la carrozzina, e strisciando sui piedi, aggrappandosi con le possenti mani alle poltroncine e fiatando sul collo di chi sedeva in capofila, arrivava ai primi posti dove rimaneva fino alla fine della proiezione. A volte succedeva che nel buio, invece di aggrapparsi alla spalliera della poltrona, volutamente o no, sbagliasse e agguantasse la spalla di qualcuno. Da dove lasciava il suo mezzo, fino ad arrivare alle prime file, impiegava quasi un quarto d’ora. Per cui, quando il film finiva e accendevano le luci, non potendo attendere così tanto tempo, ci voleva sempre qualcuno che se lo caricasse in spalla e lo portasse fuori. Una sera toccò a me: eravamo al Cinema Nazionale, io ero un baldo giovane di circa diciannove anni. Me lo caricai sul groppone, mentre lui, aggrappandosi, mi cingeva gli avambracci intorno al collo, fu così che lo portai al bar, subito fuori alla biglietteria. Quando però arrivai a farlo scendere, non considerai che non poteva stare in piedi e nel metterlo giù persi l’equilibrio. Finimmo entrambi per terra, lui sotto e io sopra: «Nti nti nti nseeeei nfatto maaaale?» mi disse. Era veramente come se fosse fatto di gomma.

Benito passava tutte le notti fuori rientrando solo al mattino, questo perché suo fratello Brunello andava a prenderlo e incurante della sua disapprovazione lo “spingeva” fino a casa. Se per caso, intorno alle sette di mattina li incontravi per Quarrata, Brunello ti dava cordialmente il buongiorno, Benito invece, non ti dava soddisfazione e, imbronciato, guardava diritto davanti a sé. Arrivati a casa il fratello lo lavava e lo metteva a letto. Dormiva fino al pomeriggio per poi uscire di nuovo iniziando a fare il giro dei locali di tutta Quarrata dove lo conoscevano tutti, prendendo però debitamente le distanze dagli odiati juventini. Benito e Brunello erano vissuti a Torino assumendo una opposta fede calcistica: Benito che era un grande tifoso del Torino Calcio, doveva, secondo lui, sopportare la grande croce di dipendere da un fratello juventino. Racconta una leggenda che ad una finale di Coppa dei Campioni degli anni Ottanta (la Champions League di oggi) un gruppo Juventus Club partì con diversi pullman da Quarrata, parcheggiando le loro auto in Piazza Risorgimento. Al ritorno trovarono le gomme delle automobili sgonfiate. Giorni dopo su La Nazione, ci fu un articolo che raccontava l’accaduto. Quando qualcuno, in quel periodo, chiedeva a Benito se avesse idea di chi fosse stato a compiere quello spregevole gesto, lui, guardandolo in volto sorridendo, e strizzando un occhio a intermittenza, rispondeva: «Mah, nnnon so nnnuulla».

Benito riusciva ad essere molto spassoso: succedeva spesso che noi ragazzi gli chiedessimo di pronunciare la parola ippopotamo che per un balbuziente del suo livello era quasi impossibile. Se non voleva, alzava gli occhi, e indicando il cielo con il dito indice diceva: «Nnnnnooo, nnnooo èèè aaaaffua» che tradotto vorrebbe dire, «no no, fa acqua, piove». Quando invece si era alzato di buon umore, se il Toro aveva vinto, o se a chiederglielo era una bella ragazza, allora ci provava andando avanti per un quarto d’ora: «Iii iiiii iiiii popom popom popom popo popo popo popo te te te te… no». Alla fine tutti facevamo l’applauso e lui, ridendo a bocca spalancata, non molto contento della sua performance esclamava: «Iiii iiii into intoomma! Aaaaffua».

Foto sopra. Benito Bucciantini in mezzo a Mario Matteoni (a sinistra) e Romano Pucci (a destra), all’epoca titolari della ditta Piemme. Come si può intuire dal gesto, Matteoni e Pucci erano juventini.

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