Mare nostrum

Mare nostrum

di Linda Meoni

settembre 2015

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Avevo appena sei, sette anni. Quella scatola animata che fino ad allora per me aveva sempre e solo trasmesso storie a lieto fine, diventava allora veicolo d’immagini mai immaginate prima. I mari in tempesta, le avventure dentro le bocche degli animali, le lotte contro un dio che governa le onde, non erano che scenari degni del più avventuroso dei Moby Dick. Fiaba, ancora una volta. Dove a vincere, sempre e comunque, erano i buoni sui cattivi. Dove i morti, se c’erano, servivano solo a scongiurare la fine del mondo.

Per la prima volta però ciò che quella scatola animata, il televisore, raccontava, niente aveva a che vedere con le fantastiche storie a cui ero abituata. Era il ’91, la tv passava le immagini del primo grande esodo verso l’Italia. Decine di migliaia di persone avevano scelto di fuggire, lasciare la propria terra, l’Albania, in cerca di fortuna. Non importava come. L’importante era lasciarsi alle spalle quel che il proprio Paese mai sarebbe stato in grado di offrir loro: un futuro. Ecco, quella è la prima, potente immagine che mi è da sempre rimasta impressa. Un’immagine che è riemersa limpida quando l’imprenditore Artur Paloka ormai quarratino, raccontava nel numero di giugno di come era arrivato in Italia. In gommone, con un carico di paura, «ma quando lasci il tuo Paese in quel modo lo fai perché sei disperato. E anche il rischio della morte ti sembra nulla di fronte a una vita di miseria»

Un’immagine che mai si è sopita ad ogni barcone affondato, ad ogni bambino annegato, ad ogni corpo trascinato a riva, anche vent’anni dopo. E che si è fatta più grave ogni qualvolta si è preferito girarsi dall’altra parte, pensare “è solo un altro barcone”, fermarsi a discutere se sia stato giusto o meno rendere pubblica l’immagine di un corpicino innocente senza ormai più un respiro di vita. Oppure ripetersi e ripetere, a ogni arrivo disperato sulle coste, che “vanno rimandati a casa”, senza sapere che “casa” per loro oggi non è che (quando va bene) un cumulo di macerie. La disperazione, quella si è diventati incapaci di comprendere.

Mi sarebbe piaciuto parlare anche quest’anno, come si fa a settembre, di fuochi d’artificio, zucchero filato e luna park. Ma per un momento serve guardare la realtà in faccia. Serve ricordarsi di restare umani.

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