La vita è un gioco

La vita è un gioco

di Massimo Cappelli

giugno 2018

«Lorenzo, smetti di giocare con il game boy e vai a fare i compiti». «Martina… basta pettinare quella Barbie che Big Jim non la riconosce più». «Matteo spegni la Playstation e vieni a tavola che stiamo aspettando tutti te». Negli ultimi decenni quanti genitori hanno pronunciato frasi del genere richiamando i loro figli? Ma oggi è cambiato qualcosa!

Steve Jobs, nel 2008 presentando il primo iPhone, annunciò che Apple aveva concepito tutti i suoi nuovi prodotti tecnologici pensandoli come estensione dell’intelligenza umana; secondo me, riguardo all’intelligenza umana, bisognava avessero fatto uno studio più approfondito considerando, prima di cercare di estenderla, anche il punto di partenza. A distanza di dieci anni, gli smartphone e i tablet sono entrati di prepotenza nella nostra vita e vengono utilizzati da individui di età diversa e di differente estrazione socio-culturale che, attraverso questi arnesi, vengono catapultati in una dimensione virtuale parallela, provocandone, oltretutto, un continuo aumento della dipendenza. Questo succede a discapito della vita reale, influendo spesso negativamente anche nei rapporti umani. È molto frequente nelle famiglie che genitori e figli facciano un uso eccessivo di questa tecnologia, e se qualche decennio fa ci accorgevamo che la televisione nella stanza da pranzo era dannosa alle relazioni familiari, oggi ci rendiamo conto che il danno, oltre che dalla cucina, si propaga anche dal divano.

Ma c’è di peggio: se l’autorevolezza dei genitori verso i figli da qualche anno si è indebolita a causa un rapporto quasi paritario fra le due generazioni, la situazione ora è molto più compromessa. Mi spiego meglio: se il mio babbo quando tornava a casa dal lavoro faceva la voce grossa invitandomi a smettere di giocare a figurine o a pallone perché era pronto il pranzo, come faccio io ad impormi per far staccare mio figlio dal suo smartphone se mi comporto peggio di lui?

Restando in tema di giochi e non solo in ambito familiare, è notizia di qualche mese fa che il colosso statunitense Toys ‘R’ Us ha dichiarato bancarotta. 70 anni di attività, 735 negozi e 65.000 persone impiegate, sono questi i numeri spazzati via dalla concorrenza della rete. Infatti, la più grande causa del fallimento di questa grande azienda è da imputare all’acquisto su Internet da parte dei consumatori. Ma oltre all’e-commerce, il colpo di grazia è stato la mancanza di interesse dei bambini e dei ragazzi di tutto il mondo per i giocattoli tradizionali, preferendo i giochi elettronici. Del resto, credo sia più emozionante per un ragazzino vivere virtualmente il contesto di una battaglia, con armi equipaggiamento e tutto il resto, che giocare con dei vecchi e banali soldatini di plastica; il rischio però è quello di atrofizzare, già in tenera età, fantasia, creatività e immaginazione. Ma cerchiamo di non demonizzare la tecnologia, perché come ho scritto altre volte, essa non può essere, di per sé, né buona né cattiva, siamo sempre noi che la rendiamo tale, in questi prodotti tecnologici credo ci siano anche molti aspetti positivi.

Da demonizzare, invece, è il gioco d’azzardo (che non dovrebbe nemmeno chiamarsi gioco): gratta e vinci sempre più costosi, Superenalotto, Dieci e lotto e via discorrendo. Il paradosso e l’ipocrisia delle campagne pubblicitarie che esortano al gioco evidenziando i ricchi montepremi o la facilità di vincita. Ogni spot, oltre a contenere la dicitura di legge “il gioco è vietato ai minori e può creare dipendenza patologica” si conclude con “gioca responsabilmente”. Sarebbe come se io mettessi della droga in tasca a mio figlio e gli raccomandassi di prenderne poca per volta. Il nostro Paese sta diventando sempre di più un grande casinò; infatti, oltre che nelle sale da gioco, le macchinette mangiasoldi si trovano in quasi tutti i bar, tabaccherie o ricevitorie d’Italia, offrendo, in maniera facile e immediata, la possibilità di scommessa a chiunque, e rendendo chiunque, più o meno libero di “intendere… e di volere”. Sono sempre più frequenti i casi di ludopatia che portano le persone alla rovina dal lato economico, personale e affettivo. Il giro di affari dei giochi dello Stato in Italia si aggira intorno ai cento miliardi di euro all’anno, passando, a quel che si dice, attraverso un indotto non proprio onesto e cristallino, facendo tuttavia entrare una buona parte del ricavato nelle casse dell’erario. Se storicamente i maggiori contribuenti del fisco sono stati gli appartenenti alla classe meno abbiente: operai, impiegati (coloro tassati alla fonte per intendersi) o piccoli imprenditori sempre più spremuti, adesso si è aggiunta questa nuova e più sciagurata categoria. Mi domando dove sia finita “la diligenza del buon padre di famiglia” citata in molti testi giuridici, secondo me è diventata “la noncuranza della cattiva mamma maiala”: Siamo diventati uno Stato “metresse” che sfrutta i propri “figli” solo nel proprio, egoistico interesse. Il cinismo e la noncuranza di questa classe politica fa sì che il male arrecato a questa fetta di popolazione cresca a dismisura anno dopo anno.

Allacciandomi al titolo di questo “Concludendo”, voglio lasciarvi con un aforisma di Oliver Wendell Holmes jr. che riguarda, in senso lato, la vita e il gioco (quello buono): “La gente non smette di giocare perché diventa vecchia; diventa vecchia perché smette di giocare”.

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