Patrizia Giannoni – insegnante e ricercatrice in Francia

Patrizia Giannoni – insegnante e ricercatrice in Francia

di Serena Michelozzi

settembre 2017

Patrizia Giannoni, quarratina d’origine (nonché cugina del pittore Salvatore Magazzini che ci ha sottoposto la sua storia), di strada ne ha fatta tanta: laureatasi presso la facoltà di Farmacia all’Università degli Studi di Firenze nel 2004, periodo in cui si è appassionata alle neuroscienze, ha in seguito continuato gli studi ottenendo nel 2008 una borsa di studio per un dottorato in Farmacologia e Tossicologia, che l’ha portata a lavorare all’estero, dove, inizialmente a New York, ha infatti avuto la possibilità di focalizzare il proprio studio sul morbo di Alzheimer. Al NYU Medical Center Patrizia ha lavorato nel laboratorio del Prof. Jorge Ghiso e della Dr.ssa Agueda Rostagno, esperti mondiali della malattia dell’Alzheimer. «Il mio progetto principale prevedeva lo studio dell’eliminazione di una delle proteine responsabili dello sviluppo dell’AD», ci racconta «la beta-amiloide, allo scopo di individuare eventuali markers precoci della malattia. Ho avuto la possibilità di collaborare con degli esperti di grande professionalità e soprattutto ho avuto accesso a tecniche e strumentazioni all’avanguardia. Mi sono letteralmente innamorata della microscopia confocale».

Dopo la nascita dei suoi due bimbi, Patrizia si è trasferita con la famiglia in Francia (C.N.R. di Montpellier), dove i suoi studi sono progrediti, dedicandosi ad un’analisi ancora più attenta dell’Alzheimer; in particolare è stata sperimentata una molecola multi-target, che agisce a più livelli per prevenire lo sviluppo della malattia: «Pensiamo infatti che molti trials clinici siano falliti perché troppo selettivi per un singolo aspetto della patologia, che invece è multifattoriale e molto complessa» ci spiega la nostra ricercatrice. «Sono particolarmente fiera dello studio condotto sulla barriera emato-encefalica con il Dr. Nicola Marchi, un esperto di vascolatura cerebrale. L’ultima branca dei miei studi si focalizza poi su un argomento molto alla moda, l’asse intestino-cervello (gut-brain axis): un lavoro che descrive la relazione tra alcuni batteri che colonizzano l’intestino e le performances cognitive. Sullo studio dei batteri mi sto concentrando anche adesso nell’équipe Chrome (rischi cronici ed emergenti) della quale faccio parte da settembre 2016 all’Università di Nimes». All’Università di Nimes, Patrizia non è solo ricercatrice, ma anche insegnante di genetica e di biologia molecolare; inoltre interviene all’Università della terza età di Montpellier ed a varie attività di divulgazione della scienza, in cui presenta i risultati della ricerca che ha svolto personalmente, soprattutto nel campo delle neuroscienze.

La ricerca di Patrizia è soprattutto “fondamentale”, ossia lontana dalla clinica della malattia. I farmaci attuali “curativi” dell’Alzheimer sono principalmente sintomatici, ossia diretti a trattare i sintomi della malattia, ma non la fanno né regredire, né arrestare. Nel migliore dei casi possono al massimo rallentarla. Tali farmaci sono generalmente efficaci per alcuni anni con delle differenze a seconda dei pazienti, della loro età, e di molti altri fattori che possono entrare in gioco, come quelli ambientali. «Molte nuove terapie» precisa Patrizia «sono tuttavia in via di sperimentazione, come le terapie C.D. multi-target. Fondamentale sarà l’identificazione di biomarkers precoci standardizzati ed affidabili. Molti anni prima del manifestarsi dei sintomi della malattia (circa venti) si hanno alcuni cambiamenti misurabili. Lo scopo è identificare queste proteine anomale, idealmente nel sangue, e poter iniziare i trattamenti in persone a rischio in largo anticipo sul manifestarsi dei sintomi. Dobbiamo però ricordare che l’Alzheimer è solo in piccola percentuale determinato da mutazioni genetiche. In tutti gli altri casi, più del 95%, parliamo di fattori di rischio. Quindi, evitare questi fattori per quanto possibile, è la migliore prevenzione che possiamo fare. Importante è prevenire le malattie cardiovascolari, avere uno stile di vita sano ed essere socialmente attivi. L’isolamento è invece molto negativo: molti malati di Alzheimer traggono enormi benefici dalla pratica di attività artistiche in gruppo, come la pittura o la musica». Patrizia per il suo futuro prevede di continuare non solo i suoi studi sul morbo di Alzheimer, ma di aprire le sue ricerche anche a malattie neurodegenerative o interessarsi maggiormente a studi tossicologici di contaminanti ambientali. «Anche se c’è ancora molta strada da fare, la ricerca non si arrende mai!» conclude Patrizia.

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