Roberto Chiti – il difensore che fermò Maradona

Roberto Chiti – il difensore che fermò Maradona

di David Colzi

ottobre 2012
Chiti-

Come è iniziato il suo percorso sportivo?
A dieci anni, nell'”Olimpia Spedaletto” a Quarrata nei primi anni ’70 dove sono arrivato fino alle Giovanili. Poi sono passato alla Pistoiese, sempre nelle Giovanili e, passo dopo passo, sono approdato in Prima Squadra. Da Pistoia, dove ho fatto anche tre anni in serie B, sono andato al Pisa nel 1984, anno in cui conquistammo la promozione in Serie A. Lì sono rimasto per quattro anni, per poi passare nel Cesena per un anno, sempre in serie A. Dopo ne ho fatti cinque a Piacenza, dove arrivammo in serie A partendo dalla C1, e infine uno a Carpi, in serie C1, dove ho concluso la mia carriera nel 1995. Finita quell’esperienza, e dopo un infortunio serio, sono tornato, a trentatré anni in campo nei Dilettanti, facendo un anno ad Agliana e vincendo un campionato di eccellenza, due a Quarrata e quattro a Cutigliano, di cui tre da giocatore e uno da allenatore.

Quando ha capito che il calcio poteva essere un mestiere?
Quando ho iniziato con gli Allievi della Pistoiese, verso i quattordici anni, sul finire degli anni ’70. Infatti l’anno successivo arrivò la Primavera e nel 1982 debuttai ufficialmente in serie B con la Prima squadra. Grande sostegno l’ho sempre avuto da mio padre Piero che mi accompagnava a partite e allenamenti. Va ricordato che anche lui è conosciuto nello sport locale, in quanto è stato presidente nell'”U.S. Olimpia Spedaletto” per una ventina di anni.

Chiti-2-Ci racconti di quando ha fermato Maradona.
Ero a Pisa nella stagione ’85/’86, e avvenne durante la seconda partita di campionato, disputata in casa all’Arena Garibaldi. Ricordo che la sera prima il Mister Vincenzo Guerrini, mi chiese chi volessi marcare tra Diego Armando Maradona e Daniel Bertoni e io risposi: «Maradona». Così mi trovai a fermarlo, mettendolo in seria difficoltà ogni volta che si avvicinava. Finita la partita ricevetti i complimenti sia da lui, che mi riconobbe un gioco eccellente e non falloso, sia da Helenio Herrera alla “Domenica Sportiva”.

Fu un bel trampolino di lancio…
Sì, infatti la domenica dopo giocammo contro la Juventus a Torino e già la stampa di settore diceva che “dopo Maradona, Chiti era pronto a fermare Michel Platini”, ma purtroppo per un problema fisico non potei scendere in campo.

La più bella soddisfazione è questa?
Indubbiamente è stato un bel momento, però ricordo con altrettanta soddisfazione il periodo di Piacenza nei primi anni ’90, perché arrivai quando la squadra era in C1 e stagione dopo stagione conquistammo la promozione in A, come dicevo prima. Agli inizi avevamo circa tremila spettatori, però con il proseguire delle nostre promozioni, arrivarono fino a ventimila tifosi che, per la prima volta, avevano la loro squadra nel primo campionato.

E chi l’ha messa più in difficoltà?
In assoluto Rudi Völler a Roma, sempre quando giocavo col Pisa nel ’87/’88: quel giorno nessuno riusciva a fermarlo (sorride) e neanch’io potei fare molto perché era in formissima: infatti in quell’occasione perdemmo. Un altro attaccante tosto è stato Ruud Gullit, che ho marcato quando ero con il Cesena; quella partita però la vincemmo noi 1-0 ed è stata la prima volta che il Milan ha perso a Cesena. Ricordo che, per ribaltare il risultato, il Mister Arrigo Sacchi fece scendere in campo tutti gli attaccanti, da Van Basten, a Virdis fino a Donadoni. Quella fu una partita soffertissima perché fummo confinati per ’90 minuti nella nostra area di rigore, riuscendo a realizzare un solo contropiede, che però fu quello del goal.

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E com’è la sua carriera di allenatore?
Attualmente alleno il settore giovanile al “Tau Calcio” di Altopascio. Però ho iniziato sul finire degli anni ’90 all'”Olimpia Quarrata” con i bambini piccoli, per poi arrivare agli Allievi; in seguito sono passato alle Prime Squadre, a Cutigliano e a Bagni di Lucca. Questo è un lavoro che mi dà molta soddisfazione e mi permette di veder crescere i ragazzi, cercando di insegnarli i veri valori del calcio, perché oltre al divertimento e alla passione ci deve essere anche l’impegno, se si vuole ottenere qualche risultato.

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