“Gente lavoratora” – un libro dell’Auser Montale

“Gente lavoratora” – un libro dell’Auser Montale

di David Colzi

dicembre 2020

Gente lavoratora” è un libro prezioso e toccante in cui si narra la storia di dodici uomini e otto donne della piana e della montagna pistoiese, in un arco di tempo che si dipana in quasi tutto il secolo scorso. Il tema è chiaramente il lavoro che le persone hanno svolto, ma alla fine quasi tutti hanno raccontato anche la loro infanzia e giovinezza, arricchendo così il racconto di sfumature. Lette una dietro l’altra, queste vite ci riconsegnano tracce di un mondo perduto che, a conti fatti, è finito l’altro ieri, ma a noi sembra assai più lontano. Fra le pagine non è insolito trovare mestieri che non esistono più, come il carbonaio, accanto a quelli che stanno scomparendo, come il contadino, seguiti da quelli ancora in uso, come il metalmeccanico o il tessitore. Meritoria è la scelta di riportare il parlato degli intervistati in maniera fedele, senza filtrarlo, interpretarlo o correggerlo nella grammatica, perché questo rende ancora più autentico il racconto.

La pubblicazione del volume si deve all’Auser di Montale, che per raccogliere le testimonianze ha potuto contare sulle sezioni della piana, della Valdinievole e della montagna pistoiese, le quali hanno suggerito chi interpellare, all’interno del territorio di competenza. Inizialmente il tutto era partito come progetto,“Il teatro dei mestieri”, in collaborazione con “Sesamo e Cartamo”, altra associazione montalese al cui interno c’è una compagnia teatrale; infatti le interviste registrate sono servite in primis per stendere la sceneggiatura e creare uno spettacolo che avesse per tema il lavoro, messo poi in scena alla fine del 2019. Successivamente si è deciso di lasciare testimonianza anche con un volume, curato da Andrea Bolognesi, Maria Cristina Fattori, con la presentazione di Andrea Ottanelli, edito da Ma.Ga.Ma Pistoia. Il libro costa 10 euro e lo si può acquistare contattando l’Auser di Montale. Il ricavato servirà a finanziare i servizi a livello locale di questa associazione. 

Noi ci soffermeremo sui racconti montalesi, che riguardano: Guido Marraccini – autoriparatore, Giorgio Logli – carbonaio, Leonetta Nocentini carbonaia e donna di servizio, Elvira e Giuditta Lucchesi – carbonaie e contadine.

Guido Marraccini è il più giovane dei quattro in quanto nato nel ‘55. Ciononostante il suo racconto è comunque sorprendente, perché ci parla di un ragazzo che mentre frequentava la terza media, andava di pomeriggio a imparare il mestiere dell’autoriparatore. Poi, dopo essere stato sottoposto, nel 1979 a soli 22 anni si mise in proprio. Il suo racconto diventa il pretesto per capire come è cambiato un mestiere che, in origine prevedeva che i pezzi delle macchine si aggiustassero, mentre oggi si sostituiscono: «I veri riparatori che riescono veramente a riparare le cose in Pistoia ce n’è rimasti 2-3. Gli altri son tutti sostitutori di ricambi», puntualizza Marraccini.

Giorgio Logli invece ci descrive nei dettagli come si realizzava una carbonaia, e di come si doveva stare giorno e notte nei pressi della costruzione, per regolare e direzionare il fuoco. Un racconto questo ricco di termini caduti in disuso, proprio come quel mestiere: si passa dalla “paltriccia”, al “cavicchio”, fino alla “sommondatura”. Anche lui, come altri nel libro, ci parla di emigrazione, essendo stato a fare il boscaiolo in Sardegna e in Calabria, vivendo in baracche improvvisate, con tanto di visite notturne dei lupi che venivano scacciati con la luce delle torce.

Estremamente commovente è la storia di Leonetta Nocentini, perché ci parla di un’infanzia ed una giovinezza piena di povertà e umiliazioni. Qui non possiamo raccontare tutte le sue vicende che attraversano anche la seconda guerra mondiale, ma accenniamo solo al fatto che già da bambina Leonetta andava a lavorare nei campi, mietendo il grano dai contadini e ricevendo come paga dei generi alimentari, tipo un fiasco d’olio. Poi, appena quindicenne, per aiutare la sua numerosa e povera famiglia, andò a prestare servizio come domestica in diverse case di Firenze, chiaramente da gente altolocata, e rimase nel capoluogo fino ai 19 anni. 

Dal suo racconto apprendiamo anche della mentalità dei padri di allora, che tenevano le figlie praticamente segregate: ad esempio a lei non era consentito uscire la sera per andare a sentire gli amici che suonavano la fisarmonica e addirittura una volta si beccò una sberla perché sorpresa a parlare con un ragazzino, e uno schiaffo toccò pure al suo giovane pretendente: «S’é travagliato tanto, tanto, tanto», ammette Leonetta. Dai suoi frammenti di vita apprendiamo di quando, per andare a fare la spesa a bottega, bisognava camminare per un’ora, oppure di quando lei col babbo andava a fare il carbone lontano da casa. La fotografia che emerge è quella di un mondo in cui si cresceva in fretta e dove non si viveva solo all’ombra di una società contadina arcaica in grado di proteggere, perché stando fuori casa si potevano fare brutti incontri, persino peggiori di adesso: Leonetta rammenta di pervertiti nei boschi che «si gnudavan davanti a tutti», e di pedofili «che ti facevano una domanda, oppure ti dicevan qualcosa». I ragazzi, a differenza di quelli di oggi, non parlavano con i genitori degli incontri col lupo cattivo, ma tenevano tutto per sé, “obbedendo alla tacita regola che li voleva ignorati” come sosteneva Pasolini, creando così “un mondo dentro il mondo”  fatto di cose non dette e di segreti inconfessabili.

Le sorelle Elvira e Giuditta Lucchesi ci riportano di nuovo in mezzo ai boschi a far carbone. In questo racconto vediamo addirittura tutta la famiglia, mamma esclusa, impegnata in questo mestiere, che iniziava partendo a piedi da Tobbiana per dirigersi alla stazione, e poi tutti sul treno per andare dove c’era la legna migliore. Fra le mete evocate non manca certo la Maremma, ed Elvira rammenta di quando si lavavano nel fiume: «un’acqua ghiaccia, chi sapeva dell’acqua calda? Però s’eramo felici e beati, quanto ci si voleva bene!» Nonostante l’affetto dichiarato, Elvira non manca di ricordare di come la loro mamma fosse piuttosto manesca (non era inusuale, all’epoca) e di quando lei un giorno si ribellò scappando di casa piangendo, per andare a trovare il babbo che raccoglieva castagne a tre ore di cammino da Tobbiana. Questa bambina, da sola, attraversò persino un fiume con l’acqua alta ma alla fine raggiunse il babbo e con lui rimase per quindici giorni, mentre la mamma venne avvertita da uno dei fratelli che la sorella stava bene. Qui però non bisogna aver fretta nel giudicare, perché Giuditta ci spiega che la loro mamma era cresciuta da orfana, poiché la nonna era morta dandola alla luce, quindi lei finì «alle mani della matrigna, un ti dico altro!» Ad Elvira si deve invece il titolo del libro, in quanto ha detto: «oh, gente lavoratora, un stanno mica a vedere!»

Per conoscere tutto il resto, non dovete fare altro che acquistare il libro.

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