di Massimo Cappelli
settembre 2026
Io, di lavoro, faccio il pubblicitario da quasi 40 anni, ma poiché scrivo su NoiDiQua molti mi chiamano “giornalista”. Mi scappa da ridere, perché il mio titolo di studio è solo la licenza media. Se ho imparato a mettere insieme qualche frase non lo devo certo ai libri che non ho letto. Forse, ciò che mi ha aiutato in tutti questi anni, è stato scrivere i testi degli spot pubblicitari, dove si devono trovare le parole giuste, essere sintetici e al contempo persuasivi. Molto di aiuto è stata anche la mia passione per la musica, e soprattutto i contenuti testuali dei cantautori italiani, primo su tutti Francesco Guccini: i suoi testi impegnati e la sua musica mi hanno accompagnato per oltre 50 anni.
Lo scorso 6 agosto, a Pavana, il “Maestrone”, 86 anni, cantautore, scrittore, attore, se n’è andato. Questa volta scrivo con la tristezza nel cuore perché quando muore uno così se ne va un pezzo di noi, poiché, tutta la sua opera ci appartiene: i suoi concerti e le sue canzoni sono legate a nostre storie personali, a ricordi ed emozioni vissute fin da adolescenti. Mancando lui sembra che vengano meno anche la giustizia sociale, la solidarietà, l’inclusione, l’empatia e la speranza.
Guccini nasce a Modena il 14 giugno 1940, ma la sua vera patria è sempre stata Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, ultimo paese della provincia di Pistoia. Passa l’infanzia nell’immediato dopoguerra dai nonni paterni tra boschi, funghi e farina di castagne, e lì completerà la sua crescita culturale grazie alla vita semplice e genuina di paese che poi metterà nelle sue canzoni. “Non era folklore: era antropologia”, come ha scritto qualcuno. Il quartino, il dialetto, il gioco delle carte nei bar con le persone del posto, erano il suo modo per dire che la cultura non sta solo nei libri, ma anche nelle mani sporche di chi lavora.
I fan lo chiamavano “Maestrone” per la stazza (192cm.) e perché aveva il diploma delle magistrali. Non si è mai laureato, ma ha insegnato italiano per 20 anni e ha preso diverse lauree honoris causa. Diceva: “Da ragazzino avevo l’idea che da grande avrei fatto lo scrittore”. E lo ha fatto: oltre 20 album e una biblioteca di romanzi, fino all’ultimo, “Calde le pere”, uscito postumo.
La Locomotiva, L’Avvelenata, Auschwitz, Dio è morto, Canzone per un’amica. Non erano solo testi: erano “sasso, lama, martello, polveriera” come scriveva nel brano Una canzone. Politicizzato? Lui si definiva “libertario, azionista. Semmai anarcoide”. Il suo impegno era raccontare storie vere, particolari, semplici, ma elevandole a universali: le sue radici, l’Appennino, la sua Modena (la “Piccola città”), e tutto diventava epica.
Qualche anno fa mi misi in testa di organizzare un concerto di Francesco Guccini a Pieve a Nievole (località dove io abito), lì abbiamo Piazza don Marino Mori: un anfiteatro naturale, tutto in discesa con la capienza di circa 6/7.000 persone. Inviai una mail a Raffaella Zuccari, moglie di Francesco, la quale mi rispose che purtroppo il maestro aveva smesso di fare concerti. Mi è molto dispiaciuto, ma possedendo la sua mail mi è rimasta la soddisfazione di inviargli gli auguri di buon compleanno ogni 14 giugno. Guccini dopo centinaia di concerti ha smesso di cantare dal vivo nel 2013 con “L’ultima Thule”, ma non ha mai smesso di scrivere. Negli ultimi anni la vista lo aveva tradito, è uscito solo poche volte: a ricevere qualche riconoscimento, o per essere intervistato da Andrea Scanzi o da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”. Le parole erano la sua passione più grossa, e forse è per questo che i suoi testi mi hanno fatto scuola.
Ricordiamo, con l’aiuto di Wikipedia, alcune delle sue canzoni:
La Locomotiva – 1972
È la canzone-manifesto. L’epica anarchica, il racconto dell’eroe sconfitto che diventa mito. Dentro c’è tutto Guccini: la Storia con la “S” maiuscola vista dal basso, la rabbia giusta, la pietà. “Corre la locomotiva e sembra dire ai contadini curvi, il fischio che si espande in aria: – fratello non temere, che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria…”. Se vuoi spiegare Guccini a chi non l’ha mai ascoltato, parti da qui.
L’Avvelenata – 1976
Il Guccini più tagliente e personale. Una lettera aperta ai critici, ai benpensanti, ai colleghi allineati al Sistema. “Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino”. È la dichiarazione di poetica più sincera che abbia mai scritto: niente retorica, solo il diritto di sbagliare da uomo libero.
Auschwitz – 1966
La prima vera mazzata. Scritta a soli 24 anni, portata al successo prima dall’Equipe 84 e poi cantata anche da I Nomadi, è la canzone che lo ha imposto come autore “diverso”. Secca, senza consolazione, con quel “son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino” che ti gela il sangue. Qui nasce il Guccini che non fa sconti, neanche al dolore.
Autogrill – 1983
L’occasione mancata. Il testo racconta di un breve incontro con una ragazza che lavora dietro il banco di un piccolo autogrill e del rimpianto di una dichiarazione mai fatta per timidezza che lascia il posto all’immaginazione. Entrando in quel luogo, il protagonista immagina cosa sarebbe potuto succedere se le cose fossero andate diversamente, fantasticando su un amore o un legame. L’autogrill diventa una metafora, un momento sospeso nel tempo e nello spazio, un punto di passaggio in cui la realtà e i sogni si sfiorano prima di dissolversi, e i camion rombando li portano via.
Guccini ci ha insegnato ad essere semplici. Che si può essere colti senza essere saccenti, politici senza fare comizi, maestri senza voler insegnare per forza. Ci ha insegnato che ogni persona, anche se colta e istruita, diventa persona di poco conto se fa pesare il suo sapere a chi sa meno di lui. “Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino”. Ecco: ha fatto casino per oltre 60 anni, e quel casino era bellezza, condivisione, umanità. E adesso che il Maestrone se n’è andato, tocca a noi: rileggerlo, riascoltarlo, e magari divulgarlo insieme ad un bicchiere di vino. Perché come diceva lui, sempre in Una Canzone, alla fine, le canzoni “sono fatte di fumo, vestono la stoffa delle illusioni. Nebbie, ricordi, pena, profumo”.
Il fumo si dirada, il profumo resta.
Ciao Francesco… e grazie.



