Giovanni Bonacchi – medico di famiglia in pensione

Giovanni Bonacchi – medico di famiglia in pensione

di Massimo Cappelli

dicembre 2022

“Gianni” ha curato me e la mia famiglia fino a che ho abitato a Quarrata. Nel bel mezzo di questa penuria quarratina di medici, sono andato a trovarlo per raccontare su “NoiDiQua” un po’ della sua storia professionale. L’ho trovato molto in forma sotto i paramenti anti Covid, super attivo come sempre, proprio come quando da ragazzo partiva in sella al suo motorino per andare a studiare, o quando, agli inizi della professione, dopo una frenetica mattinata in ambulatorio lo vedevo “scappare” in tutta fretta, con la sua inseparabile borsa, per le visite a domicilio.

Cosa ti ha spinto a fare il medico?

«La passione! Anche se, essendo l’ultimo di sette figli, le precarie condizioni economiche non mi permisero di continuare gli studi da subito e dopo le scuole medie scelsi, giocoforza, di lavorare in tappezzeria. Intorno ai diciassette anni però, ripresi a studiare contestualmente al lavoro e mi diplomai al liceo artistico. Poi, liberando un mio desiderio recondito, rafforzato dai consigli di molte persone, mi iscrissi a medicina. Con un po’ di lavoretti estivi, qualche borsa di studio, unitamente al buon esito degli esami e all’ aver potuto usufruire di vitto e alloggio per dieci mesi l’ anno alla Casa dello Studente “, nel 1981 finalmente mi laureai».

Da quando hai iniziato ad esercitare com’è cambiata la professione e le esigenze dei pazienti?

«Diciamo che, mentre le esigenze dei pazienti a oggi non sono cambiate (e non cambieranno: sono sempre richieste accoglienza, attenzione, cure, informazione). Sono un po’ cambiate, invece, le condizioni dell’“operare“ del medico, caricato di impegni per una medicina più “preventiva“, con impegni sopratutto burocratici che, per la loro natura e complessità, “riducono“ gli “spazi“ da dedicare al paziente. Se in passato il fulcro dell’opera del medico di famiglia era praticamente solo il paziente, oggi è necessario tenere conto anche delle risorse disponibili, il cosiddetto Budget; questo comporta una maggiore oculatezza nelle prescrizioni di esami, terapie, e visite specialistiche e ad utilizzare meglio le risorse e i dispositivi sanitari sul territorio. Su questa linea, sono previste, a breve, le cosiddette Case di Comunità, strutture distribuite sul territorio, nelle quali i medici di famiglia saranno presenti a turno, h12, un po’ come negli ospedali. Questo potrebbe spersonalizzare il rapporto medico-paziente, e ridurre quella empatia fra i due soggetti, tipica della Medicina di Famiglia, con possibile riduzione della efficacia “terapeutica a tutto tondo“ di questa importantissima istituzione».

Per un bravo medico, conta di più la conoscenza, l’esperienza o l’intuito?

«Bella domanda! La conoscenza è un fattore principalmente accademico. L’esperienza invece te la fai sul campo ed è la madre dell’intuito. Chi è esperto, in qualsiasi ambito o specializzazione,  sicuramente avrà un buon intuito, soprattutto in campo medico, dove esperienza e intuito ti fanno riconoscere quei segnali che molto spesso conducono ad una precisa diagnosi e salvano una vita. Poi c’è anche un altro elemento non meno importante: l’empatia, ovvero l’immedesimarsi nel paziente e sforzarsi a carpire non solo ciò che cerca di comunicare, ma leggere fra le righe ciò che lui non sa esprimere. Altra cosa importante è il fattore “unicità”, ogni individuo anche se correlato all’intera umanità è unico, corrisponde a leggi della biologia ma anche a leggi dell’individualità».

Raccontami la tua più grande soddisfazione e la decisione più difficile o più importante.

«La soddisfazione maggiore, direi unica, è salvare vite, restituire sorrisi, riportare nel paziente la possibilità e la voglia di vivere, sia per le malattie acute che croniche. Le decisioni più difficili e immediate sono state molte in questi anni e la tempestività della diagnosi fa la differenza: i casi di meningite e meningoncefalite, polmoniti, infarto miocardico, pancreatite, peritoniti (ad esempio per perforazione del colon in portatori di diverticoli) eccetera. Sono tutti casi che, potenzialmente, mettono a rischio la vita del paziente. È anche e sopratutto in questi casi che viene anche in aiuto l’empatia medico-paziente: il conoscere il retroterra del paziente, con le proprie tipicità, è veramente di aiuto. Quando si dice che la tipologia d’ogni paziente è unica, e anche a questo che ci si riferisce».

Questa rivista arriva in tutte le case di Quarrata, cosa vuoi dire ai tuoi concittadini?

«Di avere fiducia nei loro medici di famiglia, di capire che la situazione è resa difficile dalla crisi economica e dalla eccessiva burocratizzazione, di comprenderli se a volte possono sembrare scorbutici e nervosi, perché avere a che fare ogni giorno con la sofferenza della gente è veramente dura. E anche, nonostante tutto, di apprezzare il nostro sistema sanitario, riconoscerne il valore maggiore a confronto di molti altri Paesi del mondo».

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