“I terzini del popolo” – un libro di Andrea Bonfiglio

“I terzini del popolo” – un libro di Andrea Bonfiglio

di Marco Bagnoli

settembre 2026

Avevamo incontrato Andrea Bonfiglio in un giorno di settembre di due anni fa. I nostri attenti lettori ricorderanno certamente le sue note biografiche fondamentali, ovvero sia la sua professione di contabile e di giornalista pubblicista, unita alla passione per il calcio nella panchina della ASD Paperino San Giorgio a Prato.

Oggi la sua attività di giornalista ha subito un rallentamento, in quanto gli ultimi sei anni sono stati occupati dalla stesura di un grande lavoro di ricerca, un libro sullo sport locale intitolato “I terzini del popolo. Da Prato alla gloria: storia dei campioni dimenticati del pallone”. E qui in molti penseranno che si tatti del tipico libro sul calcio scritto con lodevole impegno da un amante del calcio. E invece no. Infatti, questo volume, edito dalla Anthology Digital Publishing di Montemurlo, è stato realizzato col contributo alle ricerche della Federazione Italiana Pallapugno e la ASD Paperino San Giorgio. Ecco che i colori sbiadiscono nel seppia e torniamo indietro nel tempo, tra Otto e Novecento, quando il gioco del calcio ancora non esisteva, e al suo posto le folle si appassionavano per il “Pallone col Bracciale”. Questo gioco per le masse affonda le sue radici più o meno ai tempi del Rinascimento: era un passatempo delle corti nobiliari, roba per signori, manco a dirlo, e da attrazione di rappresentanza, in occasione di visite di dignitari e altri personaggi illustri, si è nel tempo trasformato in un gioco del popolo. Anche Nausicaa gioca a palla con le su ancelle nell’Odissea omerica. Per praticarlo bisognava essere in due squadre di tre giocatori, il terzo dei quali era appunto il terzino che dà il titolo al libro. Si batteva un pesante pallone di cuoio, che poteva arrivare a pesare fino a 750g, utilizzando un bracciale di legno con degli spunzoni, più o meno come nel tennis, e lo si faceva rimbalzare sul campo avversario dopo averlo lanciato contro un muro alto almeno diciotto metri. È per questo che il gioco era nato in ambito cinquecentesco, quando cinte murarie e fortezze non mancavano di certo. La parete era collocata sul lato lungo di un campo di cento metri per diciassette, diviso in due metà campo, senza porte. Nessun contatto tra i giocatori, di nuovo come nel tennis, al di là di palloni e spunzoni temibili, se non certo tragici imprevisti, come quella volta che un giocatore di Prato lisciò la palla e si diede il bracciale ligneo in faccia, perdendo inesorabilmente i sensi, senza poter giocare oltre la disfida. Ma c’erano le riserve per fortuna.

A cavallo della Grande guerra il pallone col bracciale è al suo apice di popolarità. Ma in effetti presentava molte differenze rispetto a uno sport suo “erede” come può essere il tennis, lo squash o anche il calcio. Questo sport coinvolgeva pubblico popolare e “intellettuale” per l’Italia centro-settentrionale, arrivando a radunare negli sferisteri, fino a settemila persone alla volta. Le leggende dello sferisterio erano giocatori che potevano procacciarsi la gloria fino all’età di sessant’anni, raccogliendo onori a profusione: i soldi giravano per le scommesse, e Giacomo Leopardi dedicò una poesia al maceratese Carlo Didimi, mentre Edmondo De Amicis, lettere alla mano, intrattenne un’assidua corrispondenza e una frequentazione sincera con Giulio Mazzoni, il Messi dell’epoca originario di Prato. Le folle italiane seguiranno poi le strade combattute e sofferte dei campioni del ciclismo, e i numeri assoluti dei maghi del pallone.

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