Il ’68 cinquant’anni dopo

Il ’68 cinquant’anni dopo

di Massimo Cappelli

marzo 2018

Nel 1967 Francesco Guccini e I Nomadi portarono al successo la canzone “Dio è morto” che fu prima censurata e poi addirittura riammessa da papa Paolo VI. Il Pontefice spiegò che in essa non c’era alcun vilipendio alla religione, poiché un verso della canzone recitava: “…se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”, confermando ciò che afferma proprio la dottrina Cristiana. Nel testo di questa canzone, scritta a oltre vent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale ed in pieno boom economico, c’era invece tutto il disorientamento dei giovani, il conflitto fra generazioni ed il rifiuto ad una società ipocrita, qualunquista e opportunista, allineata al sistema borghese solo per abitudine o per convenienza. Con questa canzone si esortava alla lotta. E la lotta iniziò! Si fece sentire con tutta la sua forza l’anno dopo, proprio nel 1968.

Le parole più usate in quegli anni erano: contestazione, insurrezione, analisi, lotta di classe. Era come se i giovani di tutto il mondo occidentale – studenti e operai, di ceti ed estrazioni sociali diverse – si fossero dati appuntamento per muovere una protesta generale contro il sistema, contro i professori, contro i titolari nelle fabbriche, contro i genitori in casa: insomma… contro tutto e tutti!

Il Sessantotto fu un fenomeno sociale unico, ma il tempo delle barricate in piazza non durò molto. Fu però grazie a questo breve periodo che si raggiunsero conquiste sociali anche importanti come l’emancipazione femminile, i diritti sul posto di lavoro, i diritti civili, il rispetto per le minoranze e via discorrendo. Fu invece enorme (e forse un po’ banale) l’effetto che questo fenomeno lasciò per un decennio e oltre nella moda, nella musica, nella letteratura, nel cinema e nella comunicazione. L’abbigliamento, per esempio, era diventato un vero e proprio cliché: i pantaloni a zampa di elefante, il maglione pesante di lana, la lunga sciarpa rossa (o verde), l’Eskimo e le Clark ai piedi. C’è da dire però che la moda, allora impostata e obbligata, fu resa molto più libera e fu da lì che nacque l’unisex. Tuttavia, oggi, molti dei sessantottini e filo-sessantottini di allora sono diventati proprio quei borghesi da loro contestati in gioventù: politici, professori, magistrati, baroni della medicina e capitani d’industria. Ma anche persone semplici, donne e uomini “inseriti”, insegnanti e piccoli industriali. Poi c’è anche chi, come cantava Giorgio Gaber “…non ne può più di fare l’operaio” e che grazie alle ultime leggi, vede il raggiungimento della sospirata pensione ancora lontano.

Quindi, a cinquant’anni esatti da questa famosa rivoluzione socio-culturale, come ce la passiamo oggi? In fatto di diritti, intendo, di avanzamento sociale e di dignità personale. E’ notizia di qualche giorno fa (siamo a metà febbraio) che un colosso statunitense di commercio elettronico vuole mettere un braccialetto al polso di tutti i suoi dipendenti per monitorare la loro giornata. E tutti zitti! Che dignità è questa? E a proposito di pensioni o di occupazione giovanile; se noi, giovani dell’epoca, possiamo ancora godere o sperare in una pensione, i nostri ragazzi, probabilmente se la sognano: la disoccupazione giovanile è oltre il 35% e coloro che hanno un posto di lavoro lo hanno in maniera instabile e precaria. Per cui, dovrebbero essere proprio i nostri “Diciottini”, oggi, a pensare al loro domani, a riempire le piazze, con i megafoni, gli slogan, gli striscioni e tutto il resto. E invece cosa fanno? Se ne stanno curvi a chattare sugli smartphone, in un mondo virtuale, non considerando che ne esiste uno reale con tanti problemi. Si fa politica con i sondaggi e con il marketing, in quasi totale assenza di ideali, e questo porta ad un grande disinteresse per la materia. Queste sono forse le conseguenze degli ultimi anni del millennio, dove ha prevalso soltanto l’esteriorità, l’immagine, la “Milano da bere”, gli “yuppies”. Fino ad arrivare alla recessione e al paradosso dell’ultimo ventennio: condurre una vita da ricchi, pagando, però, tutto in comode rate mensili. Come ci racconta Rosita Testai, ex Sindaco di Quarrata:«Sono lontani i tempi dei cineforum, di quando ci si riuniva e si discuteva il film appena visto. Di quando si ripudiava la guerra del Vietnam ed il sogno comune era un futuro migliore. Si andava a fare le vacanze a Milano o in Francia, nei Campi di Lavoro Emmaus. Oggi regna l’individualismo, si pensa solo al presente, prevale “l’io” non il “noi”».

Forse mi ripeto affermando che il termine “libertà” è oggi abusato in politica, nella comunicazione pubblicitaria e in molte discussioni, ma forse ne abbiamo travisato il significato, perché la vera libertà dovrebbe essere quella che rende liberi tutti; sì, un po’ come a nascondino: adoperarsi per gli altri e liberare anche chi è stato preso in trappola.

Concludendo: a cinquanta anni dal ’68, Dio, è morto, o in questo mezzo secolo stiamo vivendo ancora nei tre giorni, in attesa della sua Resurrezione? Per Lui che è Eterno, cinquant’anni, tre giorni, mille anni o un secondo sono la stessa cosa. Ma per noi no! Allora, cosa dobbiamo fare? invocare la Provvidenza, pazientando, sperando e restando in attesa? O prendere per buono il detto Aiutati che Dio ti aiuta?

 

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