Don Franco Monticelli – un parroco al servizio della comunità e di chi ha più bisogno

Don Franco Monticelli – un parroco al servizio della comunità e di chi ha più bisogno

di Marco Bagnoli

giugno 2026

Eccoci di nuovo a Colle, perché il sole è caldo, e quassù tira un certo venticello. Ci eravamo già stati nel settembre del 2018, per raccontare la storia antica della Sacra spina, e quella più vicina di Vania Paolieri, parrocchiana devota e artista.

Questa volta il soggetto da ritrarre è però un po’ più sfuggente del previsto: tanto per cominciare il nostro parroco, don Franco Monticelli, ci prende in contropiede annunciandoci che ad agosto, poco dopo aver festeggiato il suo 75° compleanno, lui parroco non lo sarà più. Allora basta, niente prete niente articolo, direte voi. Calma, tranquilli, lui prete rimane, chiede solo un “pensionamento anticipato”, perché prete lo resterà per sempre. E se è per quello pure uomo, aggiungiamo noi. E don Franco, rendendosi conto di non averci affatto convinti, ci tiene a precisare come sia comunque doveroso parlare dell’intera comunità parrocchiale, non certo di lui. Lui è originario di Prato, 29 luglio del 1951, diventa prete nel ‘77 e prima di Colle resta anche per cinque anni alle Fontanelle. Nel 2006 inizia la nostra storia, e proprio ad agosto, guarda un po’. Vent’anni di vita, vent’anni a cercare di ammansire il vello ruvido delle 600 pecorelle di Colle. Una chiesa che si riempie sempre più di opere d’arte, e delle magnifiche opere d’artista di Nostro Signore, gli uomini e le donne che questa chiesa hanno popolato e popolano ancora. E poi c’è la Sacra spina, una delle tante, forse troppe, come è scritto nel nostro articolo del 2018. Però è l’unica vera, ribadisce don Franco, perché povera, dimenticata nella polvere di una soffitta e scoperta da una donna delle pulizie. Una spina che si è messa al servizio, che ha servito. Ma ha servito cosa? i turisti? Ha servito il popolo di Colle, quando don Franco girava per le vie più che mai spopolate del lockdown, per benedire la gente affacciata dietro i cancelli chiusi per la paura del Covid. Solo lui, abbarbicato su un camioncino, e la spina sacra.

Allora, direte voi, è stato un buon parroco, si è guadagnato il suo articolo da protagonista. Cosa mai avranno fatto invece tutti gli altri? Hanno fatto molto, ricorda don Franco come trasognato ripetendo i nomi di quelli che non ci sono più: hanno fatto molto rendendosi esempi luminosi, donne e uomini pieni di fede, e di qualche difetto. Dal novembre 2017, la gente di Colle ha dedicato tempo denaro ed energie per aiutare i senzatetto: lo ha fatto coi frutti più puri che il suo cuore potesse esprimere, e cioè coi panini. Centinaia di panini alla volta, preparati sul tavolone della canonica e poi distribuiti di mano in mano agli sfortunati della zona di Firenze, senzatetto, tossicodipendenti, prostitute e trans. E indumenti, e tutto quello “che potrebbe tornarti utile” mentre passeggi la vita in mezza a una strada.

Don Franco ama puntualizzare come la fede sia una questione di anima, certo, ma anche una dannatissima questione di portafoglio: e che se la compassione non ti esce anche un po’ di tasca, magari tanto male non ti farà, ma certo non fa il bene del prossimo. E va bene allora, eccoli i soldi, “i danari”, come direbbe Domenico Soriano in “Matrimonio all’italiana”: che ne vogliamo fare dei soldi? Li daremo a chi ne ha bisogno, ha risposto a una sola voce il gregge di Colle. Il Covid era riuscito a fermare i panini del cuore, ma poi la vita era ripartita, si era rimessa in moto. E allo stesso modo, con passi di ferro, anche la Storia si era rimessa in moto. Una mattina ci siamo svegliati… e c’era di nuovo la guerra. Grazie ai contatti dell’ex ciclista ucraino Yaroslav Popovich, la Libera Caritas Colle ha organizzato cinque viaggi in Ucraina, il primo nel marzo 2022 fino a Medika, al confine con la Polonia, il quarto per arrivare a Kiev, l’ultimo a settembre 2025 fino a Odessa. La gente di Colle si è messa in viaggio per portare gli aiuti sul posto, perché se la Storia si era rimessa in cammino, loro certo non stavano fermi a guardare.

E adesso cosa vorreste che vi raccontassimo? Dei tanti soldi trovati in giro, di quelli levati di tasca propria, delle scarpe e dei Pinocchietti portati ai bambini di Leopoli, insomma, vorreste che la carità si lasciasse ritrarre per diventare un quadro in più da attaccare in chiesa? Dovreste chiederlo a quella gente là, lontana. Dovreste chiederlo a questa gente di Colle, molto più vicina e molto più simile a noi. Piena magari di dubbi, di stanchezza, ma confortata da una volontà che resta, e che forse non si chiama nemmeno fede, ma speranza. Ecco, don Franco sa che qualcosa di buono resta, quassù in cima, e sa che tutto questo andrà ancora avanti, al di là del nostro piccolo orizzonte. Che poi è sempre bellissimo.

 

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