di Serena Michelozzi
giugno 2026
A soli 25 anni, il percorso accademico e artistico alle spalle è già di quelli che lasciano il segno. Diplomatosi nel 2025 presso la prestigiosa Accademia di Firenze, il giovane talento di Quarrata, Matteo Vannacci, si racconta a cuore aperto, ripercorrendo le tappe di una passione nata quasi per gioco e trasformatasi in un mestiere totalizzante, fatto di umiltà, studio e profonda dedizione.
Tutto ha inizio a 17 anni. Nessuna certezza in tasca, ma una grande curiosità che lo spinge a varcare la soglia della Sala Parrocchiale di Casini, casa della compagnia teatrale amatoriale La Loggetta. «Sono entrato per curiosità, forse per gioco», ci racconta Matteo, «e in poco tempo mi sono accorto che lì dentro succedeva qualcosa che fuori non trovavo: una libertà, un modo di stare con gli altri che sentivo mio». Il percorso del nostro attore è stato possibile anche grazie alla regista Perla Caramelli, ai compagni di palco e al sostegno incrollabile della famiglia. In questo legame con il territorio c’è spazio anche per un ricordo commosso dedicato a Giovanni Innocenti, colonna della compagnia scomparsa il 28 novembre scorso, la cui presenza continua a vivere in ogni replica. Crescere a Quarrata ha plasmato la sensibilità artistica di Matteo: «In un posto dove ci si conosce, dove le storie passano di bocca in bocca, si impara ad ascoltare la gente vera, le voci, i silenzi, le pause. È una sensibilità che poi sul palcoscenico ti porti dietro». Il nostro artista ha trascorso poi tre anni intensi a Firenze, che hanno ridefinito il suo concetto di recitazione. Più che una tecnica, l’Accademia gli ha trasmesso una vera e propria postura lavorativa: «Ho imparato che recitare non è “fare qualcosa”, è togliere. Togliere automatismi, togliere il giudizio sui colleghi per riuscire ad ascoltarli davvero. È un mestiere umile» ci spiega. Questa rigorosa preparazione lo ha portato a calcare per ben tre volte il palco del Teatro della Pergola di Firenze, un tempio della recitazione che trasmette un “peso buono”, fatto di memoria e responsabilità. Ma l’esperienza forse più intima e toccante è stata quella del “teatro nel sacro”: dalle letture nel Duomo di Firenze alla performance alla Verna per l’anniversario delle stimmate di San Francesco. Per un artista credente come Matteo, recitare in contesti così carichi di storia e spiritualità significa mettersi totalmente al servizio dello spazio, trasformando la parola teatrale in una forma di preghiera.
Oggi, in un’epoca dominata dal digitale e dagli schermi, il teatro conserva per lui un valore quasi politico. È un patto irripetibile in cui pubblico e attori condividono lo stesso respiro, un’esperienza collettiva che costringe a “esserci davvero” a telefoni spenti. Per difendere e promuovere questa visione, insieme ai colleghi di diploma ha fondato la compagnia Soggetto Zero. La loro missione è chiara: raccogliere le storie vere, quelle tramandate nelle famiglie, e portarle sul palco con onestà. Il loro primo spettacolo, “Andiamo in Pace” — scritto da Matilde Vannucchi e ambientato nel dopoguerra a Calenzano — ha già riscosso un eccezionale successo di pubblico all’Accademia di Firenze e al Teatro Manzoni di Calenzano. Mentre la compagnia pianifica il futuro cinematografico e teatrale, l’impegno si estende anche alla formazione: proprio lo scorso maggio, Soggetto Zero ha curato un laboratorio per bambini a San Miniato al Monte. Un’attività di insegnamento che l’attore ha coltivato con dedizione, affiancando i docenti a Firenze e specializzandosi per trasmettere ai più giovani la passione per la scena. Lo sguardo del nostro attore è (anche) inevitabilmente rivolto a Quarrata, che sta vivendo la trasformazione storica dell’ex Polo Tecnologico in un nuovo teatro comunale. Una riconversione che Matteo definisce come un «segnale fortissimo». «Significa che la cultura non è più un servizio che si affitta o si ospita di volta in volta, ma qualcosa che la città riconosce come propria, di cui si fa carico». Un plauso va anche alla scelta simbolica di mantenere nel foyer l’opera “Il Mito di Orfeo” di Agenore Fabbri, un perfetto benvenuto da parte dell’arte stessa. La sfida ora sarà quella di riempire di vita questo splendido contenitore attraverso una programmazione attenta.
Ovviamente a Matteo piacerebbe anche tornare da professionista sul palco della Loggetta a Casini: per lui rappresenterebbe una commovente restituzione e un grande grazie visibile a tutta la comunità che lo ha visto crescere.
A chi oggi sogna di intraprendere la strada della recitazione, l’attore offre due consigli preziosi: cominciare senza aspettare il momento perfetto, mettendosi in gioco nelle realtà amatoriali del territorio e prendersi sul serio. «Il teatro è un mestiere che dà tantissimo ma chiede tutto, e va affrontato con studio, rispetto e la stessa serietà che si riserverebbe a facoltà come medicina o ingegneria. Perché sul palcoscenico, come nella vita, le scorciatoie non funzionano» conclude Matteo Vannacci.





