Il Vintage a 2 ruote di Patrizio

Il Vintage a 2 ruote di Patrizio

di Massimo Cappelli. Ph: Foto Olympia

giugno 2015

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Per un bambino di sei o sette anni, sentire il grande fragore provocato dal rombo delle moto e vedere il passaggio di motociclisti su dei fuoristrada, può essere forse paragonabile alla chiamata per un religioso. Questo è quello che è successo a Patrizio Innocenti, oggi cinquantenne, collezionista di moto Vintage, da strada e da enduro, immatricolate fra gli anni 70 e gli anni 90. La sua, più che una passione è una vocazione, «perché la moto» spiega «sul piano culturale, porta dentro di sé il fascino del ricordo, ed ha una grande componente emozionale, avendoci accompagnato sulla ‘strada’ della nostra vita». La moto ha ispirato registi come Walter Salles a raccontare la vita di Ernesto “Che” Guevara con I Diari della Motocicletta, e compositori come Mogol a scrivere la canzone Il Tempo di Morire interpretata da Lucio Battisti. 

Fotonot-2-Patrizio ha scoperto la sua passione nel 1985, di conseguenza all’idea di disfarsi della sua prima Aprilia 125; dopo averci ripensato, averla rimessa a nuovo e deposta in garage, è andato addirittura alla ricerca di altre motociclette da restaurare, acquistandole prevalentemente da persone di Quarrata. Oggi ne possiede una cinquantina, delle quali una quindicina già restaurate. La fase di restauro, che porta avanti tutta da solo, ci racconta che è la parte più importante e va fatta con tanta passione, dedizione e nel totale rispetto. Riesce a finire solo tre motociclette all’anno. La moto viene smontata completamente e vengono fatti interventi su ogni singolo pezzo, dal motore al telaio: dalla semplice pulitura, alla cromatura, alla verniciatura. Per restaurare completamente una moto occorrono in media più di cento ore, a lavoro finito viene restituita la stessa funzionalità, brillantezza ed efficienza di quando essa è uscita dalla catena di montaggio. Adesso sta lavorando su una Honda e un KTM 250 che saranno pronte verso la fine dell’anno. Fra le moto restaurate si possono ammirare una Suzuki TITAN 500 del 1973, un Aspes Yuma 125 del 1978, un SWM 250 Silver del 1976, una Cagiva VMX 250 del 1988, un Simonini 125 HARD RACE del 1977, una Aprilia MX 125 del 1985, e fra tutte, lei, la regina, una Gilera C1 125 del 1981

Devo dire che quando si rivedono le stesse moto, dopo quasi quarant’anni, l’emozione raddoppia se si ricordano anche i vecchi proprietari. Infatti ho visto, fra le tante, la Gilera di Franco Tesi (che come racconta Patrizio ha amato più di tutte) la Suzuki di Roberto Brunetti (Pispola), il Montesa di Ivan Bellini, l’Aprilia del Manetti (che fu la prima) e la moto di Luciano, meglio conosciuto come “Indiavolito”. Ho potuto notare come Patrizio, con grande sensibilità e profondo rispetto, sia riuscito a lasciar loro l’aspetto originario, dal più piccolo bullone, al colore, agli adesivi di fabbrica. «Una grande soddisfazione» racconta emozionato «è quando salgo su una moto della mia collezione per andare a fare il pieno di carburante: percorrendo le strade di Quarrata, con il pensiero proiettato indietro di qualche decina di anni, è come se cavalcassi una macchina del tempo».

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Credo che la passione, e di conseguenza il lavoro di fedele restauro che svolge Patrizio sulle sue due ruote, abbia un grande valore culturale. Questi oggetti raccontano gli anni in cui sono stati costruiti attraverso la qualità dei materiali impiegati, le nuove intuizioni che hanno portato a cambiamenti e alle nuove tecnologie di allora. Raccontano di piccole e grandi aziende delle quali alcune non ci sono più, oltre a raccontare periodi della nostra vita. Oggi la moda ed il costume cambiano talmente velocemente che nemmeno ce ne accorgiamo, oggi ci sono le multinazionali, ogni articolo di tecnologia di sei mesi in sei mesi ha la sua nuova versione. La prima bicicletta che abbiamo posseduto, però, o la bella canzone che ci ha fatto innamorare, come la motocicletta che ci ha portato al mare per la prima volta, sono fissate, per sempre, nei nostri ricordi. Ma forse, sto esagerando, o forse sia io che Patrizio Innocenti apparteniamo… al secolo scorso.

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