di Giacomo Bini
marzo 2026
Ci è capitato spesso nel nostro giornale, e speriamo ci capiti ancora molte volte, di dare risalto alle storie personali di giovani ricercatori della piana, ragazzi “di qua”, che dopo la laurea o più spesso dopo il dottorato se ne vanno a fare ricerca o a lavorare all’estero, più spesso in paesi europei ma anche negli Stati Uniti. E’ un fenomeno che riflette una tendenza nazionale ben nota e che fa molto discutere gli analisti e a cui viene dato giornalisticamente, e forse impropriamente, il nome di “fuga di cervelli”.
I dati che registrano tale tendenza sono piuttosto chiari. L’annuario del 2023 dei ricercatori italiani all’estero stimava in oltre 33mila i ricercatori che lavorano fuori dall’Italia con oltre 14mila dottori di ricerca che hanno lasciato l’Italia tra il 2008 e il 2019. Il fenomeno è in aumento negli ultimi anni in misura considerevole, si stima del 40%. Per ogni ricercatore che lascia l’Italia si calcola che il sistema paese perda circa 250mila euro. Le università italiane sono di prim’ordine, visto che in Europa sono italiani i progetti di ricerca più premiati, ma i giovani che li propongono vanno a realizzare le loro ricerche fuori dal territorio nazionale. Le ragioni di questa tendenza sono state analizzate attraverso inchieste, compiute presso i ricercatori italiani all’estero e i risultati sono molto chiari e peraltro facilmente intuibili. Le retribuzioni all’estero sono di due o tre volte superiori a quelle italiane ma soprattutto sono migliori le condizioni oggettive, vale a dire le strutture e le attrezzature, che consentono l’effettuazione delle ricerche e sono più agevoli le pratiche burocratiche. Inoltre il sistema italiano rende difficile la carriera ed è afflitto da mali antichi, come il ridotto riconoscimento del merito e un endemico nepotismo. I fondi destinati alla ricerca in Italia corrispondono all’1,5% del PIL, ben al di sotto della media europea che si attesta al 2,5%. In sostanza all’estero, a giudicare dalle testimonianze degli stessi ricercatori, si guadagna di più, si lavora meglio, si hanno maggiori prospettive di realizzare le proprie idee e si viene giudicati per la qualità del proprio lavoro. Il fenomeno di questa emigrazione intellettuale viene visto spesso con preoccupazione e anche a livello politico, si sono anche escogitati dei sistemi legislativi per favorire il ritorno dei ricercatori in Italia, peraltro finora con limitato successo.
Va considerato però che quella che comunemente viene chiamata una fuga di cervelli, è anche l’effetto di un progresso generale della ricerca che ha sempre più un carattere non nazionale ma internazionale. Esiste infatti, e per fortuna, una globalizzazione delle conoscenze che si trasmettono velocemente e anche una globalizzazione dei ricercatori che non sono più vincolati al centro universitario da cui provengono ma si sentono sempre più parte di una comunità scientifica internazionale. Che le conoscenze superino i confini nazionali, e che si formi una sempre più connessa comunità di uomini e donne di scienza che condividono imprese di ricerca, magari competono tra loro ma sempre con la massima trasparenza e condividendo un metodo e strumenti di verifica comuni a tutti, è un fenomeno estremamente positivo. Quello che preoccupa quindi non è tanto che i giovani ricercatori italiani vadano all’estero, ma che siano relativamente pochi, in proporzione, i ricercatori stranieri che scelgano l’Italia come luogo di lavoro e di studio.



