Ci vorrebbe un amico…

Ci vorrebbe un amico…

di Massimo Cappelli

giugno 2022

Dedicato ad Alessandro Campagni.

Il titolo di questo “Concludendo” l’ho (diciamo così) liberamente tratto da un articolo di Repubblica a firma Daniela Hamaui. I concetti che lei esprime nel suo pezzo sposano pienamente il mio pensiero relativamente alle relazioni sociali, molto compromesse negli ultimi anni, e mi invitano ad approfondire l’argomento che ho affrontato anche nel “Concludendo” del  precedente numero. 

La Hamaui parte da alcuni sondaggi fatti in diversi Paesi del mondo, i quali hanno rilevato e analizzato i comportamenti dei ragazzi nati dal 2000 in poi, evidenziando che, in molti casi, i Millennial non hanno nemmeno un amico. Mentre Mark Zuckerberg ha messo come massimo obiettivo cinquemila amici virtuali su Facebook, la realtà, come spesso accade, va nella direzione opposta: la media procapite di conoscenti, negli ultimi venti anni è passata da un migliaio a poche centinaia, ma in molti casi nessuno di questi, sempre secondo la ricerca effettuata, sarebbe da considerare un vero amico, si tratta di ex compagni di scuola, colleghi di lavoro o conoscenti sui quali è difficile contare davvero. Anche se oggi il pensiero comune (purtroppo non per tutti) è rivolto all’accoglienza, all’inclusione, al coworking e alla condivisione in genere, i soggetti solitari sono diventati sempre di più. 

Nel suo articolo la giornalista continua che un’economista americana, Noreena Hertz, nel suo libro “Il secolo della solitudine” racconta di aver noleggiato per un pomeriggio “un’amica” per quaranta dollari, da una società chiamata Rent a Friend, di aver fatto la spesa insieme in un Amazon go dove non c’era nessuno salvo le telecamere che controllano i movimenti dei clienti, e di aver sperimentato un robot ideato per essere il suo animale da compagnia. «Il  fatto di poter ordinare un amico con la stessa facilità con cui si ordina una pizza, solo con qualche click sul mio cellulare» spiega la Hertz «è segno che stiamo andando verso un’economia della solitudine, creata per sostenere (e in qualche caso sfruttare) chi si sente solo».

Dal Giappone arrivano nuove, impressionanti tendenze e comportamenti estremi che fanno riflettere: molte giovani donne decidono di celebrare il loro “Solo wedding”, un matrimonio dove c’è tutto salvo lo sposo. Non avendo il tempo di cercarlo e soprattutto non sapendo se lo troveranno, si sposano con se stesse. Sempre a Tokyo, molte anziane con pensioni minime e figli troppo occupati commettono piccoli furti pur di finire in galera e avere qualcuno con cui chiacchierare. Credo che fare una profonda riflessione sia doveroso. 

Sta aumentando anche il fenomeno sociale degli Hikikomori, i giovani che si rinchiudono nella loro cameretta a “socializzare” sui social, a comunicare e a giocare da remoto attraverso i loro computer, loro ambiscono solo ad avere sempre più follower, senza rendersi conto del vuoto che si creano attorno. 

Questi ragazzi non hanno capito che migliaia di amici virtuali non possono sostituire un solo amico vero: la pioggia e il freddo condivisi in due sul motorino, un morso ciascuno al panino comprato con gli ultimi spiccioli, l’ultima sigaretta fumata insieme, o la spalla bagnata dalle lacrime in seguito ad una delusione d’amore. Persino il vomito sulle scarpe dopo la ciucca. Se poi vieni portato in caserma dai Carabinieri insieme al tuo amico che guida senza patente il furgone di suo padre con fucili e cartucce all’interno, questo credetemi, è proprio difficile da dimenticare. Sono comunque tutte situazioni che rafforzano il rapporto, che restano impresse nella memoria per tutta una vita e fanno sì che l’amico d’infanzia non invecchi mai, perché anche se i tratti somatici sono un po’ offuscati dagli anni, il cervello attinge sempre dalle informazioni archiviate vedendo l’amico con l’aspetto che aveva da giovane.

Un’amicizia risalente all’infanzia annienta il tempo: due vecchi amici, anche se non si frequentano più da decenni, quando si incontrano è come se si fossero lasciati la settimana prima. A parer mio l’amicizia è un sentimento paragonabile all’amore di coppia, un amico non si sceglie, l’attrazione è spontanea, accade quasi sempre tutto da sé e il più delle volte in giovanissima età: all’asilo, a scuola o durante i giochi. È un processo istintivo, inconscio, è chimica cerebrale. Due amici crescendo insieme generano e sviluppano negli anni sintonia e condivisione, ma anche contrasto e disapprovazione, tutto questo contribuisce alla crescita e alla formazione di entrambi. Un vero amico ti dice sempre in faccia e ad ogni costo come la pensa, ma ti difenderà sempre davanti alla gente. Per cui, anche se inevitabilmente la tecnologia fa da deterrente e anche l’ultima pandemia ci ha messo del suo, credo valga la pena perseguire e coltivare l’amicizia, quella vera, quella fatta di frequentazione e di contatto; di incontri, di convivialità, di piazza, di bar, dalla quale scaturisce l’energia positiva che serve per vivere. 

Vorrei concludere questa mia ultima “fatica letteraria” con dei versi del grande Renato Zero che sembrano scritti apposta per ricordare e salutare un mio amico d’infanzia, da poco scomparso.

“Che fai se stai lì da solo

In due più azzurro è il tuo volo

Amico, è bello, amico è tutto, è l’eternità

È quello che non passa, mentre tutto va […]”

Ciao Alessandro.

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