Si stava meglio quando si stava peggio

Si stava meglio quando si stava peggio

di Massimo Cappelli. Archivio foto: Ernesto Franchi e Daniele Neri.

marzo 2022

Mi ricordo, quando un paio di anni fa l’allora presidente Conte fece il primo discorso alla Nazione con il conseguente primo DPCM relativo all’emergenza Covid 19. Le sue parole mi entrarono come proiettili, soprattutto quando fece riferimento alle abitudini: “… Saremo tutti costretti a cambiare le nostre abitudini” disse, questa frase, in questi due anni mi è risuonata molte volte in testa. Tutti noi siamo stati costretti a cambiare le nostre consuetudini e questo ha stravolto non di poco la nostra vita. Certamente non è stato il male peggiore, se pensiamo a chi non ce l’ha fatta, tutti abbiamo perso qualcuno: amici, parenti, fratelli, genitori. Ma anche solo aver dovuto per forza rinunciare ai rapporti sociali, nel lavoro e nella vita in genere, è stato per molti un grosso trauma. La pandemia ha dato il colpo di grazia alle relazioni sociali, già compromesse da tempo dalla tecnologia, basti pensare ai nostri figli che si rinchiudono nella loro stanza comunicando con gli amici, o giocando da remoto, con i dispositivi di ultima generazione.

Ritrovi e vita sociale della seconda metà del secolo scorso.

Sono lontani quei tempi di quando la domenica pomeriggio, nelle stagioni più calde, al lago del Santonuovo, di proprietà della famiglia Poggi Banchieri ma aperto a tutti, si ritrovavano centinaia di giovani passeggiando sulle sue rive, dopo aver lasciato il loro mezzo di locomozione, insieme ad una miriade di biciclette e motorini, perché alle automobili nel parcheggio oltre la sbarra, era interdetto l’ingresso. Erano gli anni Settanta, o se non vi fa paura direi: la seconda metà del secolo scorso. La vita sociale era molto intensa, allora, e c’era tanta voglia di vivere, di uscire di casa, di incontrarsi e di divertirsi. Molti ragazzi lavoravano in fabbrica, il lavoro allora abbondava, altri studiavano, ma ognuno aspettava il fine settimana per ritrovarsi al lago del Santonuovo. Lì, fra una partita a biliardino o a ping pong, nascevano o finivano le storie d’amore, fra una birra e un panino, si organizzavano scherzi goliardici prendendo in giro il malcapitato di turno. Gli amanti del calcio viaggiavano con la radiolina a transistor all’orecchio seguendo in diretta “Tutto il calcio minuto per minuto”. Gli amanti della musica avevano sempre con sé il mangianastri portatile, e chi aveva in auto l’impianto HI-FI non si stancava mai di portare in mano il suo pesante autoradio estraibile, anzi, ne ostentava il brand come il migliore sul mercato. Quando poi risaliva in auto ne dava esempio partendo a finestrini aperti, a tutto volume, facendosi ascoltare fino a qualche centinaio di metri di distanza.

C’era invece chi preferiva il picnic portando con sé merenda e coperta. C’era però anche chi portava solo la coperta, perché in prossimità di un bosco poteva essere sempre utile, specialmente d’estate quando si indossavano i pantaloni bianchi.

Il lago del Santonuovo era un luogo di aggregazione diurno e del fine settimana, per i dopocena estivi infrasettimanali, invece, ad Agliana, c’era un’intera via molto battuta: Via Roma. La “movida” anni Settanta partiva da nord-est, con il Bar Nazionale percorrendo tutta la via fino ad arrivare alla Gelateria di Anisare detto “Il Cinese”, che era quasi in piazza. Erano tante le “vasche” percorse in su e in giù, con l’intento di imbroccare e la speranza di risolvere in qualche modo la serata, o di fissare per il fine settimana. C’è da dire che Agliana, allora, era la località che offriva le più belle ragazze di tutta la piana pistoiese, il concentramento di bellezza femminile era paragonabile agli artisti che sono nati o piovuti nel Cinquecento a Firenze. Agliana era un vero e proprio Rinascimento della bellezza

Tutte le ragazze uscivano di casa, e a gruppetti percorrevano Via Roma facendosi ammirare in tutta la loro bellezza, le poche meno belle beneficiavano della scarsa illuminazione nei coni d’ombra fra lampione e lampione, al lato della via.

Dal dancing alla discoteca.

Il 1977 (o giù di lì) fu la linea di demarcazione fra dancing e discoteche. Fu la pellicola “La Febbre del Sabato Sera” che, oltre a lanciare il giovanissimo John Travolta, ci traghettò nel mondo underground, dando origine ai diversi tipi di musica, dal Rock, alla House Music, alla commerciale e così via, creando anche una figura di spicco mai vista prima di allora: il deejay. Ai tempi dei dancing erano i complessini di zona che tenevano su la serata suonando dal vivo i pezzi più in voga, nelle feste in casa pomeridiane invece, a mettere i dischi c’era il ragazzo più timido, che sceglieva le canzoni invece di ballare i lenti e pomiciare con le ragazzine. Poi ci fu il rovescio della medaglia: con l’avvento delle discoteche tanti sfigati si scoprirono bravi deejay, diventando vere e proprie celebrità locali e anche nazionali. 

Signorina permette questo ballo?

Qualche decennio addietro, nel primo dopoguerra, durante e dopo la ricostruzione, c’erano poche sale da ballo, i giovani si intrattenevano nelle feste di piazza o sul lastricato dell’aia. I veglioni venivano fatti poche volte in un anno: per carnevale, all’ultimo dell’anno, o anche in qualche particolare serata con attrazione. Questi eventi venivano organizzati nelle case del popolo da poco ricostruite, nei cinema o nei teatri adattati per l’occasione, da qui sembra derivi il termine tutto romagnolo “liscio”, ovvero il ballare su un pavimento uniforme anziché nei prati o sull’aia. Più tardi, negli anni Sessanta, la piana pistoiese vide nascere e crescere diverse sale da ballo, molte di queste attigue proprio alle case del popolo, questi dancing divennero punti di aggregazione per tanti giovani, Il fenomeno durò una quindicina d’anni, fino, appunto, all’insorgere delle discoteche. 

Il Tamburo della Luna di Quarrata fu una delle sale da ballo più frequentate della piana, addirittura venivano da Firenze, dall’empolese e dalla montagna pistoiese. Così come il Matteotti di Agliana e l’Antares di Montale che insieme al “Tamburo” condividevano il gradimento di molti giovani. Anche Casalguidi aveva i suoi punti di riferimento canori: in inverno Il Milleluci e in estate la Grotta Verde, una balera all’aperto molto bella e particolare, ricavata dal giardino di una villa, aveva al suo interno una suggestiva vasca di pesci che era anche fontana con luci colorate, a forma di piccola grotta che dava il nome al locale.

Eh sì, “si stava meglio quando si stava peggio” è proprio il caso di dirlo, perché anche se avevamo meno soldi, meno comodità e meno tecnologia, ci sentivamo più vicini e avevamo, quantomeno, qualche decina di anni in meno e tanta, tanta speranza nel futuro.

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