Mamma voglio anch’io la fidanzata

Mamma voglio anch’io la fidanzata

di Carlo Rossetti

marzo 2014

Riprendo un discorso intrapreso con mia nipote che, intervistandomi per ragioni di scuola, doveva sapere notizie sul tema dell’amore ai miei tempi. Voleva conoscere in che maniera si corteggiasse una ragazza. Le ho fatto presente che nell’arco degli ultimi 50/60 anni le cose sono notevolmente cambiate. Segno dei tempi e dell’avvento del femminismo che poco a poco ha portato le donne attraverso un processo di emancipazione, all’uguaglianza civile e all’acquisizione di un diverso ruolo sociale. Una crescita necessaria che ha tolto all’uomo una supremazia manifestata sia sul piano psicologico che sociale. Tratteggiai sommariamente l’iter che andava dal corteggiamento al fidanzamento, evidenziandole la natura romantica e sentimentale di quella generazione.

Quando un giovanotto si interessava a una ragazza, aveva inizio un lento corteggiamento, timido e prudente, che si basava su certe regole con il rispetto della formalità. Non è raro il caso che le prime volte ci si rivolgesse a una donna dandole del lei. Frasi che rivelavano il nostro impaccio e alle quali la ragazza, altrettanto imbarazzata , rispondeva di solito a monosillabi. C’era la possibilità di consultare “Il segretario galante”, piccolo libretto in cui venivano riportate frasi adatte per ogni circostanza amorosa. Un banale prontuario che difficilmente veniva usato. Oggi invece non ce n’è bisogno; tutt’al più ci si ispira a Ramazzotti dal quale si mutua “grazie d’esistere”, senza contare che il concetto espresso potrebbe rivelarsi a distanza di tempo, quanto mai incauto. Se era timida poteva darsi che la nostra dichiarazione venisse accolta con il rossore delle guance. Un luogo in cui potevamo incontrarci erano le feste da ballo. La ragazza non era mai sola. A un tavolo, o su una sedia appoggiata al muro, la mamma sorvegliava le mosse della figlia. Nel migliore dei casi erano una sorella o un fratellino minore gli accompagnatori. Quando l’orchestra iniziava una serie di balli lenti, le coppie si allacciavano guancia a guancia, in un’ atmosfera sonnacchiosa e incoraggiati dalla musica era facile lasciarsi andare a facili effusioni. Ogni tanto poteva scapparci anche un bacio, che in genere rivelava l’impaccio di tutt’e due. Prima l’imbarazzo del ragazzo cui spettava l’iniziativa, che volendo dimostrare di non essere alle prime armi, atteggiava le labbra come aveva visto fare al cinema, ma con scarsi risultati sul piano stilistico; poi quello di lei che cercava di seguirlo nelle manovre ma che, nonostante la buona volontà, contribuiva a fare un “cin cin” coi denti. Comunque, meglio che nulla.

Nel caso di un vero e proprio fidanzamento dovevamo presentarci ai genitori di lei per chiedere formalmente l’autorizzazione a frequentare la figlia. Nel giorno dell’incontro con i futuri suoceri, eravamo pervasi da un’ansia da primo esame. Ognuno cercava di fare un bell’effetto in chi ci ascoltava per accreditarsi l’immagine di giovanotto disinvolto e simpatico. Quanto all’ansia, era possibile che anche i genitori, talvolta persone semplici, un po’ intimiditi da un giovanotto apparentemente sicuro di sé, fossero altrettanto a disagio nella loro parte. Perciò per trarsi subito d’impaccio congedavano il pretendente, specie se considerato un buon partito, con un laconico «sì». Altri genitori invece dettavano subito regole, facendo presente che quella non era una casa in cui si poteva andare senza avere la ben che minima intenzione seria. Assolta questa doverosa formalità, la frequentazione della fidanzata avveniva con un preciso calendario: il martedì, il giovedì, il sabato e la domenica, sempre di sera. Era ormai un protocollo codificato nel tempo, che permetteva anche alla suocera, a cui era demandata la sorveglianza della coppia, di potere usufruire durante la settimana di qualche giorno di riposo. Infatti, mentre i fidanzati se ne stavano seduti sul divano del salotto buono, la suocera, in una stanza attigua o in cucina, finiva di fare le faccende piano piano, aggiungendo anche un rosario, che in certe case si diceva ancora. Tanto per occupare il tempo. Dopodiché, seduta su una sedia, aspettava pazientemente che il giovanotto dopo alcune ore se ne andasse, mentre per la stanchezza molte volte si addormentava. Ma era un sonno leggero perché il pensiero la svegliava di soprassalto e spostando sedie ed altri oggetti, faceva sapere alla coppia che la mamma era sempre vigile.

Questo perché i fidanzati non dessero corso a procedure amatorie non consentite dal costume e dalla mentalità di allora. Chissà se ci fossero state le telecamere di sorveglianza come si usano ora, quale ausilio ne avrebbero tratto la suocere! Anche se avessero dormito per tutto il tempo, la mattina controllando i nastri, avrebbero potuto vedere se le disposizioni impartire fossero state osservate o disattese. Si poteva andare al cinema, ma accompagnati da qualcuno della famiglia, magari una zia se c’era. Per le vacanze l’unica cosa possibile era andare a trovare la fidanzata al mare o in qualche altro posto di villeggiatura dov’era con la famiglia. Ora ragazzi e ragazze godono di una libertà senza condizioni; vivono insieme, escono da soli la sera e rientrano tardi, fanno le vacanze insieme e in molti casi sono le donne a prendere l’iniziativa. Si conoscono nei pub o nelle discoteche, oppure attraverso internet e ricorrono all’onnipresente cellulare, con il quale inviano tecnologiche effusioni per mezzo di sms ridotti all’osso. Usano un linguaggio disinibito, appreso via via dalla strada e soprattutto dalla televisione che si compiace di utilizzare un lessico abbastanza discutibile, ma che però è all’altezza dei tempi e fa tendenza. Le donne attuali non hanno certo timore a fare un complimento ardito a un compagno ma possono andare più in là sia con le parole che con i fatti. Nonostante questa libertà di costumi, l’esibita disinvoltura dei maschietti, che non si sentono però più sicuri in amore, quando quest’ultimi sono fatti oggetto di ardite attenzioni, balbettano qualcosa o stanno zitti, facendo ciò che una volta facevano le donne: il viso rosso.

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