Le cure negate durante la pandemia

Le cure negate durante la pandemia

di Paola Maria Mandelli

marzo 2022

Qualcuno l’ha già definita la pandemia delle cure negate, destinata a lasciare strascichi non meno gravi dei danni provocati dal Covid. D’altronde la pandemia prima o poi passerà, mentre il cancro resta e dal 2020 al 2021, secondo l’Aiom, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica, un milione di malati oncologici hanno finito per restare senza cure, saltando anche visite di controllo e screening che hanno fatto purtroppo perdere per strada almeno 15 mila diagnosi di tumori. Un ritardo nella diagnosi di una malattia come il tumore, può far la differenza tra vivere o morire.

Più di 2 pazienti su 5 raccontano di visite, esami o interventi cancellati; più di 1 su 3 ha avuto difficoltà a restare in contatto con gli specialisti e i centri di riferimento; più di 1 su 10 non ha avuto a disposizione i dispositivi di protezione individuale o non ha trovato i farmaci di cui aveva necessità perché, spesso, utilizzati per i pazienti Covid; tutto questo ha portato quelli “ordinari” a vivere un senso di abbandono e di incertezza, per tutto il periodo di emergenza sanitaria. 

Per quasi tre cittadini su cinque, poi, hanno regnato incertezza, paura, ansia, tristezza, senso di solitudine, angoscia, fatica e confusione. Infatti per contenere la trasmissione del virus, si raccomandava la permanenza a casa, e gli accessi al pronto soccorso e l’ospedale (non correlati all’infezione da virus) sono stati ridotti al minimo. In pratica i pazienti non Covid hanno potuto contare sul Servizio Sanitario Nazionale solo sei mesi l’anno, da maggio a ottobre, e questo è grave!

I numeri ce li forniscono il sindacato dei medici ospedalieri Anaao e l’associazione Salutequità, che ha monitorato gli interventi e gli accertamenti rinviati. Ebbene, da inizio pandemia ci sono stati oltre due milioni di ricoveri in meno rispetto al 2019, sono saltati circa 600 mila interventi chirurgici e persi per strada 4 milioni di screening oncologici. 

La continuità terapeutica di importanti malattie croniche è stata messa sotto attacco, in particolare, l’impiego di alcune terapie farmacologiche – soprattutto quelle di patologie asintomatiche e preventive – si è ridotto bruscamente. Riduzioni molto marcate in termini assoluti, fino a raggiungere anche il 40%, o forti diminuzioni di prescrizioni per pazienti di nuova diagnosi fino ad arrivare all’85% in alcuni casi, sebbene non vi siano evidenze scientifiche che possano suggerire una diminuzione così drastica dell’incidenza della patologia. E dopo la fine del lockdown non si sono visti segnali decisi di ripresa.

È diminuito il ricorso a terapie per patologie croniche, per la prevenzione di eventi cardiovascolari, fratture ossee, o per controllare la progressione del diabete, dell’artrite reumatoide. 

Anche reperire certi farmaci è stato un problema. In alcune regioni erano accessibili solo nelle farmacie ospedaliere (distribuzione diretta ospedaliera). Ulteriori criticità sono state costituite dalla presenza di piani terapeutici, registri di monitoraggio e schede di dispensazione che hanno innalzato un’ulteriore barriera per i pazienti.

Per il recupero di questa enorme mole di arretrato servirà assumere personale. E questa volta i soldi per farlo ci sarebbero pure; altro tempo da perdere no.

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