Medici in fuga

Medici in fuga

di Paola Maria Mandelli

giugno 2022

Quella dei medici italiani è una grande fuga iniziata anche prima della pandemia e che, in tre anni, ha portato il Servizio sanitario nazionale a perdere quasi 21mila specialisti. Dimissioni, trasferimenti all’estero, pensionamenti, passaggio al settore privato. Dal 2019 al 2021, hanno abbandonato l’ospedale 8.000 camici bianchi per dimissioni volontarie e scadenza del contratto a tempo determinato e 12.645 per pensionamenti, decessi e invalidità al 100%. Sono tante le giustificazioni che hanno spinto all’addio: da uno stato di esaurimento sul piano emotivo, fisico e mentale (Sindrome di Burnout), alla ricerca di un posto che preservi il proprio benessere, al desiderio di poter avere la possibilità di gestire le giornate di lavoro difendendo l’equilibrio tra lavoro e vita privata. La pandemia ha peggiorato le condizioni di lavoro soprattutto negli ospedali. Da sempre un certo numero di medici decide di cambiare lavoro, ma abbiamo assistito dal 2017 in tutta Italia ad una vera e propria esplosione del fenomeno. 

Le Aziende sanitarie dovrebbero, quindi, incominciare a dare concrete risposte a questo disagio crescente. Gli orari di lavoro sono “pesanti” e le condizioni di lavoro insicure; la flessibilità nell’organizzazione del lavoro è scarsa, in assenza di innovativi strumenti di programmazione aziendale, gli stipendi non sono in linea con i contratti di lavoro sottoscritti; non vengono valorizzate le competenze dei professionisti nei processi di “governo clinico” delle attività; non sono garantiti per i medici dipendenti percorsi di carriera e opportunità di crescita. La fuga dei medici rischia di impattare sulla sanità universalistica, per come la conosciamo. Il livello attuale delle uscite dei medici (pensionamenti più dimissioni volontarie) mette infatti seriamente in pericolo la tenuta del Servizio Sanitario nazionale, visto che di fronte ad uscite di circa 7.000 medici specialisti ogni anno, l’attuale capacità formativa è intorno a 6.000 neo specialisti, di cui in base a precedenti studi solo il 65% accetterebbe un contratto di lavoro con il SSN. 

Alberto Oliveti, presidente della Cassa Previdenziale dei medici, ha commentato i dati emersi da una ricerca che denuncia la sofferenza di una categoria, giovani compresi, in cui il Burnout incide pesantemente, con un terzo dei medici che vorrebbe andare in pensione. La sanità del prossimo futuro si sta organizzando sul nuovo modello di assistenza sanitaria come stabilito dal PNRR perché i sistemi sanitari sono efficienti quando funziona l’assistenza territoriale. Questa deve essere capillare nei servizi erogati per rispondere ai bisogni di salute della popolazione tramite un’adeguata presa in carico della comunità con modelli organizzativi basati su gruppi multidisciplinari e multiprofessionali, supportati da una adeguata tecnologia di primo livello. 

Solo in Toscana andranno in pensione in 3 anni circa 600 medici di famiglia su 2398 e non basteranno i 526 nuovi medici diplomati, alcuni dei quali poi faranno altre specializzazioni; ci sono ambiti territoriali dove i bandi vanno deserti, specie lontano dalle città. In Toscana si è deciso di rendere appetibile la convenzione al tirocinante (specializzando) consentendo la presa in carico di nuove scelte a patto di continuare a formarsi. I modelli organizzativi sono fondamentali, ma il medico di famiglia, non può essere sostituito dal medico di comunità: se chiediamo ai cittadini di scegliere fra un difensore di fiducia o un difensore d’ufficio è evidente quale sarebbe la scelta. E qui stiamo parlando di difesa della salute, un diritto costituzionale individuale e di interesse collettivo. 

Quella dei medici italiani è una grande fuga iniziata anche prima della pandemia e che, in tre anni, ha portato il Servizio sanitario nazionale a perdere quasi 21mila specialisti. Dimissioni, trasferimenti all’estero, pensionamenti, passaggio al settore privato. Dal 2019 al 2021, hanno abbandonato l’ospedale 8.000 camici bianchi per dimissioni volontarie e scadenza del contratto a tempo determinato e 12.645 per pensionamenti, decessi e invalidità al 100%. Sono tante le giustificazioni che hanno spinto all’addio: da uno stato di esaurimento sul piano emotivo, fisico e mentale (Sindrome di Burnout), alla ricerca di un posto che preservi il proprio benessere, al desiderio di poter avere la possibilità di gestire le giornate di lavoro difendendo l’equilibrio tra lavoro e vita privata. La pandemia ha peggiorato le condizioni di lavoro soprattutto negli ospedali. Da sempre un certo numero di medici decide di cambiare lavoro, ma abbiamo assistito dal 2017 in tutta Italia ad una vera e propria esplosione del fenomeno. 

Le Aziende sanitarie dovrebbero, quindi, incominciare a dare concrete risposte a questo disagio crescente. Gli orari di lavoro sono “pesanti” e le condizioni di lavoro insicure; la flessibilità nell’organizzazione del lavoro è scarsa, in assenza di innovativi strumenti di programmazione aziendale, gli stipendi non sono in linea con i contratti di lavoro sottoscritti; non vengono valorizzate le competenze dei professionisti nei processi di “governo clinico” delle attività; non sono garantiti per i medici dipendenti percorsi di carriera e opportunità di crescita. La fuga dei medici rischia di impattare sulla sanità universalistica, per come la conosciamo. Il livello attuale delle uscite dei medici (pensionamenti più dimissioni volontarie) mette infatti seriamente in pericolo la tenuta del Servizio Sanitario nazionale, visto che di fronte ad uscite di circa 7.000 medici specialisti ogni anno, l’attuale capacità formativa è intorno a 6.000 neo specialisti, di cui in base a precedenti studi solo il 65% accetterebbe un contratto di lavoro con il SSN. 

Alberto Oliveti, presidente della Cassa Previdenziale dei medici, ha commentato i dati emersi da una ricerca che denuncia la sofferenza di una categoria, giovani compresi, in cui il Burnout incide pesantemente, con un terzo dei medici che vorrebbe andare in pensione. La sanità del prossimo futuro si sta organizzando sul nuovo modello di assistenza sanitaria come stabilito dal PNNRR perché i sistemi sanitari sono efficienti quando funziona l’assistenza territoriale. Questa deve essere capillare nei servizi erogati per rispondere ai bisogni di salute della popolazione tramite un’adeguata presa in carico della comunità con modelli organizzativi basati su gruppi multidisciplinari e multiprofessionali, supportati da una adeguata tecnologia di primo livello. 

Solo in Toscana andranno in pensione in 3 anni circa 600 medici di famiglia su 2398 e non basteranno i 526 nuovi medici diplomati, alcuni dei quali poi faranno altre specializzazioni; ci sono ambiti territoriali dove i bandi vanno deserti, specie lontano dalle città. In Toscana si è deciso di rendere appetibile la convenzione al tirocinante (specializzando) consentendo la presa in carico di nuove scelte a patto di continuare a formarsi. I modelli organizzativi sono fondamentali, ma il medico di famiglia, non può essere sostituito dal medico di comunità: se chiediamo ai cittadini di scegliere fra un difensore di fiducia o un difensore d’ufficio è evidente quale sarebbe la scelta. E qui stiamo parlando di difesa della salute, un diritto costituzionale individuale e di interesse collettivo. 

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