La famiglia Lenzi, nel ricordo di Maffeo Morini

La famiglia Lenzi, nel ricordo di Maffeo Morini

di Marco Bagnoli

marzo 2010

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“Il racconto che scrivendolo farò riguarda come si è sviluppato a Quarrata il lavoro del divano prima, poi del salotto imbottito”. Inizia così il manoscritto di Maffeo Morini, che, in un giorno d’estate di vent’anni fa, ricorda il suo passato di lavoratore Lenzi: è la riflessione di un uomo su di una parte importante della propria vita, decisamente fondamentale per la storia di tutta una città.

Lenzi-2-“Sono gli anni 1924 – 1925, questo dettomi dai miei, a Quarrata esisteva la famiglia Lenzi, composta da quattro figli, tre maschi ed una femmina, padre e madre”. I Lenzi facevano la vita dura di molti dei loro concittadini: Alfonso, il capofamiglia (detto”Fonzino“), era infatti materassaio, vale a dire che disfaceva e ravvivava la lana del materasso dei più ricchi, i soli che potessero permetterselo. La maggior parte della gente si coricava sul letto a saccone (quello che tutti gli anni veniva riempito quando si scartocciava il granturco), o in quello pieno di “vegetale“.

Morto nella prima guerra mondiale il maggiore dei tre figli Omero, poi la figlia Nella e la moglie, Alfonso seguitò a ribattere le materasse insieme ai figli Nello e Guido, quest’ultimo ex-ferroviere fresco dei licenziamenti attuati dal Fascio per ristrutturare l’ente. Come i Lenzi riuscirono a sottrarsi a questa angusta routine non è molto chiaro. “Si dice che la famiglia Lunardi fosse in possesso di un divano chiamato allora sofà o canapè, che serviva da letto”, racconta Maffeo: “avendo questo divano le molle rotte, la famiglia Lunardi lo consegnò ad Alfonso per la riparazione” e i due figli di Alfonso pensarono bene di “copiarne i congegni” che, trasformati, riuscirono a fare del sofà un divano letto.

E all’età di nove anni il nostro Maffeo venne quindi mandato a lavorare dal Lenzi, perché la madre voleva che imparasse un mestiere. “Cominciai la sera perché la mattina andavo a scuola”. Siamo adesso nel 1928 e il lavoro lo portano avanti Guido e Nello, mentre il padre Alfonso ha messo su una merceria che vende alle donne del paese “a società”, come si diceva una volta, cioè a rate. Intanto la ditta cresceva e nel 1929 “già si spedivano i divani per ferrovia”, dice Maffeo; crescevano i modelli dei divani e da questi si passò alla realizzazione di intere linee di salotti, cui si dettero i nomi delle città italiane, i nomi importanti di un’Italia che non sembrava più così lontana: Roma, Firenze, Siena, Palermo, Lucca, Imola, Trento; e poi altri ancora “fino ad arrivare alla guerra di Abissinia”.

I salotti presero allora “i nomi delle città di laggiù, Adua, Macallè ed altri”. Nei ricordi di Maffeo la famiglia Lenzi risale con ostinazione la china della vita dura e povera di sempre, tanto che quando sarà Guido ad essere toccato dalla malattia per lui non si dirà di no ad un ricovero “in Svizzera” e per il quale un’apposita villa fu acquistata in quel di Buriano, detta allora del Bonardi. Qui si spenge Guido “la mano e la mente dell’azienda”, dice Maffeo. E dire che il lavoro proseguiva bene “ed i Lenzi stavano sempre ingrandendosi”.
Ciononostante, alla morte di Guido, la vedova e il figlio uscirono di scena. Maffeo ricordava a stento il nome degli operai che trovò in ditta al momento del suo arrivo: Piero Guidi, Florido Sardi, Mario Becagli, Alvaro Barni… e sicuramente qualcun’altro, disciolto nella sua memoria di bambino come zucchero nel latte. Quelle stesse persone, quegli stessi uomini lavoratori di Quarrata sarebbero diventati oltre cinquecento dopo la guerra, quando a dover essere ricostruite furono le vere Firenze, Siena, Lucca. Ma questa è un’altra storia: continuate a leggere.

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Per correttezza riportiamo il seguente intervento, contenuto nel numero 2 del 2010, all’interno dell’articolo:

“Detto fra noi – il direttore Zampini risponde”

Nell’ultimo numero della nostra rivista si è portato all’attenzione della comunità l’importanza della famiglia Lenzi e cosa ha significato per Quarrata un nome così prestigioso al quale dobbiamo molto dell’attuale realtà produttiva di oggi. Non è stato facile ricostruire il percorso di oltre mezzo secolo, e se ci siamo riusciti lo si deve alla collaborazione disinteressata di alcuni cittadini, amici della nostra rivista, che silenziosamente si sono prestati ad aiutarci. Quanto si è riportato, anche attraverso il manoscritto del quarratino Maffeo Morini, non è stato interamente condiviso da Stefano Lenzi, nipote di Guido Lenzi, in particolare riguardo l’uscita dall’azienda dei suoi nonni e di suo padre. Si legge nella garbata lettera che ci ha inviato: Sarebbe formalmente da domandarsi cosa può spingere un socio di azienda economicamente solida, ad uscire da tale promettente situazione. In realtà essi rimasero soci di fatto della ditta Lenzi fino alla morte di mio padre, avvenuta nel 1949, ed alla successiva ripartizione aziendale convenuta l’anno successivo (…)

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